giovedì 24 ottobre 2013

Solo andata, no ritorno - 15

«Terroristi!» esclamò un tizio poco in fondo, alzandosi impetuosamente in piedi. «Ci sono i terroristi! Ecco perché nessuno ci viene a prendere: l’Italia è stata invasa!»
Roberto si guardò rapidamente attorno. I visi che vedeva erano tutti sconvolti, spaventati. Francesca gli si stringeva contro e non parlava, teneva gli occhi fissi sul finestrino e osservava la pioggia che continuava nonostante tutto a scrosciare contro il vetro.
C’erano delle donne che piangevano. Un prete che si nascondeva la faccia nel palmo di una mano, mentre con le dita dell’altra snocciolava i grani di un grosso Rosario di legno.
C’erano una dozzina di bambini, più o meno. Dai due ai dieci anni, avrebbe detto, ma non sarebbe stato pronto a scommetterci un granché perché sapeva di non essere bravo a indovinare l’età delle persone.
Se quello che tutti loro avevano visto poco prima era davvero opera dei terroristi, allora significava che questi ultimi avevano fatto decisamente bene il proprio lavoro: c’era soltanto terrore negli occhi dei passeggeri del treno. Terrore puro, che non lasciava spazio a nient’altro. Lui stesso si sentiva preda del terrore, in quel preciso istante, ma cercava di tenerlo a bada perché sapeva che farsi sopraffare dalle emozioni non sarebbe stato d’aiuto a nessuno.

giovedì 17 ottobre 2013

Solo andata, no ritorno - 14

La sera stava calando. La luce lattiginosa che penetrava attraverso il mantello di nuvole plumbee disteso sul cielo non faceva che diminuire d’intensità, ogni minuto un po’ di più. Le tenebre sarebbero arrivate in fretta, probabilmente senza che la pioggia desse il minimo cenno di volersi placare. L’idea del buio faceva paura, così come quella del freddo. Per adesso, comunque, stavano ancora tutti bene.
Il controllore di Trenitalia aveva fatto il giro di tutti i vagoni e chiesto a ognuno di mettere in comune un po’ di cibo, se ne avessero avuto con sé da qualche parte. Era poi tornato davanti alla porta chiusa della cabina di guida con un sacchetto pieno di cracker, biscotti, bottigliette d’acqua sigillate e merendine varie. C’erano anche un paio di mele, assieme al bottino, e una banana. Posò tutto quanto a terra e indirizzò un mezzo sorriso a Roberto, mormorando: «Speriamo di non trovarci costretti a distribuire questa roba.»
«Siamo bloccati qui già da otto ore. Se avessero dovuto mandarci qualcuno, l’avrebbero già fatto» gli fece notare Francesca, con una certa nota di tristezza nel colore limpido della voce. «Ho paura che il signor Nicola abbia ragione. Che davvero sia successo qualcosa di brutto.»
«Nicola è partito tre ore fa. Mi sembra strano che ci stia mettendo così tanto…» farfugliò Roberto, osservando distrattamente il pigro ticchettio delle lancette sull’orologio da polso.
«Potrebbe essere un buon segno. Magari ha trovato qualcuno e si è fermato a fare un giro di telefonate» congetturò il controllore, davvero poco convinto.

giovedì 10 ottobre 2013

Solo andata, no ritorno - 13

«La biglietteria non sembra essere stata abbandonata in fretta e furia, come se un pazzo furioso fosse comparso dal nulla con una pistola in mano e l’addetto se la fosse data a gambe. Capite? È tutto in ordine, là dentro. E c’è un block notes sulla scrivania, accanto al telefono, con un numero scarabocchiato a metà e una penna sopra. Sembra quasi che qualcuno stesse scrivendo quel numero, e che la sua mano sia scomparsa nel nulla mentre ancora segnava le ultime cifre. C’è uno zero incompleto. Un mezzo ovale interrotto. E poi c’è quel discorso della cabina telefo…»
Il signor Nicola si interruppe e la parola gli morì in gola, come soffocata da un paio di corde vocali strette attorno alle ultime sillabe. Strabuzzò gli occhi e poi li serrò con decisione, passandosi una mano sulla fronte umida di sudore e scuotendo il capo. «Non ve l’ho detto, vero? Lo sapevo che non vi ho detto qualcosa, lo sapevo. Mi dimentico sempre le cose più importanti. Sarà l’Alzheimer… Perché è ereditario, non è vero? Ce l’aveva mio padre, e adesso comincio ad avercelo anch’io.»
«Sta’ tranquillo, Nicola» lo rassicurò il controllore, battendogli una pacca amichevole sulla spalla. «Non ti preoccupare. Parla pure, raccontaci quello che ti sei dimenticato di dire.»
Nicola parve farsi coraggio e prese un bel respiro, quello di un nuotatore fra una bracciata e l’altra.
«La cabina telefonica. Quando sono entrato da solo nella stazione, la prima volta. Solo che non ci ho dato peso, capite? Non mi sembrava una cosa importante. Credo fosse la terza… no, la quarta a partire dalla porta. Il ricevitore non era al suo posto. Penzolava nel vuoto, sul suo cavo metallizzato. Oscillava ancora, come se fosse caduto di mano un minuto prima a un tizio che ci stava parlando.»

venerdì 4 ottobre 2013

Pista di Atterraggio

C’erano davvero poche persone, in paese, che fossero in grado di ricordare l’origine di quel piccolo agglomerato di case sgangherate. Una di queste era Antonio, proprietario, gestore, amministratore e unico cameriere di una tavola calda dal caratteristico nomignolo di “Luna Storta”, che attirava una clientela la cui età media sfiorava quella del leggendario Matusalemme. Ad Antonio l’aveva raccontata suo nonno quand’era bambino, e anche se ogni tanto gli capitava di dimenticarsi le cose – Alzheimer, aveva diagnosticato con aria severa il dottore, ma Antonio non aveva mai capito fino in fondo che cosa diamine volesse dire quella parola tedesca; mica era crucco, d’altro canto – questa non se l’era mai lasciata sfuggire di mente. La conservava in un angolo apposito nella sua scatola cranica, sopra una mensola che di tanto in tanto, fatto carburare il secondo bicchierino di rosso intorno alle dieci del mattino, si prendeva la briga di spolverare con paziente cura.
Il paese era più che altro un modesto condensato di vecchie fattorie in aperta campagna successivamente riconvertite ad abitazioni, come rimasugli di carne e verdura compattati in un minuscolo dado da brodo. Il cuore pulsante del centro abitato era una chiesetta di pietra, accompagnata come una dama all’altare da un alto campanile moderno con il tetto spiovente – un pugno su un occhio, lo giudicavano i più, ma visto da lontano non si poteva certo dire che non facesse il suo effetto – che era stato progettato e messo in piedi dalla ditta del figlio di Gilberto, il quale era invece un semplice contadino con le tasche bucate e la passione per il tabacco da masticare.

giovedì 3 ottobre 2013

Solo andata, no ritorno - 12

«Centododici passeggeri. Anche noi siamo inclusi nel conteggio» annunciò Francesca tirando il fiato. Era stato un lavoro lungo, ma li aveva aiutati a ingannare un po’ il tempo. Mentre facevano il censimento il signor Nicola era andato un paio di volte a controllare se qualcuno fosse tornato nella stazione o nel parcheggio, ed era sempre tornato indietro con un’espressione buia e sconsolata.
«Sei sicuro che il vecchio di cui parli non ci fosse in mezzo a tutti gli altri?» chiese il controllore a Roberto, visibilmente preoccupato.
«Ne sono assolutamente sicuro, sì» confermò il ragazzo, sedendosi sul bordo della piattaforma di discesa con le gambe che ciondolavano sopra i binari.
«È pomeriggio. Ormai il ritardo sarà stato notato in tutte le stazioni in cui ci saremmo dovuti fermare. Manderanno qualcuno, sicuramente» affermò fiducioso Carlo.
«Sempre se c’è ancora qualcuno da mandare…» bisbigliò Nicola, ma nessuno parve sentirlo.
«In ogni caso, dobbiamo cercare di tutelarci» continuò il controllore, recuperando il suo tono autorevole. «Non sappiamo con chi abbiamo a che fare. L’uomo che hanno visto Roberto e Marco potrebbe essere un pericoloso omicida. Se ritornasse qui, armato, come potremmo difenderci?»
«Me lo dicevo, io, che mi sarei dovuto portare dietro la pistola anche in vacanza. Perché diamine non do mai retta al mio istinto?» bofonchiò Carlo.
«L’importante è risolvere una questione alla volta. Teniamo tutti al sicuro nel treno, per ora. Assicuriamoci che tutti gli sportelli siano chiusi dall’interno e che nessuno possa aprirli. Non è da escludere l’eventualità che quell’uomo, se è pericoloso come sospettiamo, abbia un complice in mezzo agli altri passeggeri» illustrò Roberto con calma. Ci aveva pensato per tutto il tempo mentre eseguivano il censimento, sperando intanto che quel volto gioioso gli comparisse davanti all’improvviso. Era spaventato, ma non voleva darlo a vedere. Francesca aveva bisogno di lui, della sua solidità, per non lasciare che la paura avesse la meglio.

Si Riprende

Buonasera, mio Carissimo Lettore!
Come promesso, da questa settimana si riprende con le pubblicazioni di "Scrivere Sotto la Luna", a partire da oggi con il nuovo Capitolo 12 del romanzo a puntate "Solo andata, no ritorno", proseguendo poi domani con un'inedita storia per il ciclo "Orrori Brevi".
Come sempre, buon viaggio Lettore!

venerdì 20 settembre 2013

Breve Posticipo

Buongiorno, mio Carissimo Lettore. Oggi ti scrivo questo rapido post per scusarmi delle poche pubblicazioni delle scorse settimane, e per avvisarti che "Solo andata, no ritorno" e "Orrori Brevi" riprenderanno regolarmente da inizio ottobre. Per questa e per la prossima settimana, dunque, niente nuovi capitoli e niente nuove storie brevi, ma non ti preoccupare: si tratta soltanto di un breve posticipo, dopodiché tutto ricomincerà con lo stesso ritmo di prima, te lo garantisco!
Buona giornata e buon fine settimana, Caro Lettore. E a presto!

giovedì 12 settembre 2013

Solo andata, no ritorno - 11

«Racconta al controllore quello che hai raccontato a me, Marco.»
Marco era un ragazzo mingherlino sulla ventina, dall’aspetto drammaticamente fragile. Portava i capelli corti e un paio di occhiali dalle lenti spesse come telescopi astronomici. Era pallido e silenzioso, quasi tremolante, e li fissava con due occhi sgranati che avrebbero fatto pena a chiunque.
«Ho visto un uomo» esordì timidamente, e si fermò per verificare che il controllore lo stesse ascoltando. Roberto, Francesca e Nicola stavano in disparte. Lanciò un’occhiata fuggevole anche a loro tre, poi inghiottì a vuoto e riprese: «Un uomo di una certa età. Stava camminando qui fuori, e andava verso la stazione. Sembrava sorridere.»
Roberto pensò all’uomo che aveva visto nel suo incubo prima di fermarsi in quella maledetta stazione, l’incubo delle gallerie. Il vecchio che poi aveva incontrato nel vagone, che gli aveva risposto allegramente «Davvero non saprei» quando lui gli aveva domandato come mai il treno non fosse ancora ripartito. Non ci aveva più riflettuto. Aveva archiviato la cosa come uno spiacevole scherzetto onirico, uno di quei simpatici déjà vu che a volte si sperimentano ripensando a un sogno, e che in realtà non significano proprio niente. Quel vecchio, aveva concluso, c’era stato per davvero nel vagone, ma non nel suo incubo. L’uomo nel suo incubo non aveva un volto vero e proprio, ed era per questo che la sua mente aveva associato le due immagini.

giovedì 5 settembre 2013

Solo andata, no ritorno - 10

Roberto, seduto al posto di guida, abbassò fino in fondo la frizione e girò la chiave di accensione. Il motore si avviò senza protestare. Ascoltò il suo borbottio sommesso provenire da sotto il cofano. Poi spense e scese, infilandosi le chiavi in tasca.
«Quindi l’auto non è in panne. Funziona. Perché qualcuno avrebbe dovuto lasciare su le chiavi?» lo interrogò il controllore, con le mani affondate nelle tasche dei pantaloni.
«Non ne ho la più vaga idea» confessò il ragazzo, confuso.
«Antonio De Franceschi. Nato a Venezia il quindici maggio millenovecentosessantaquattro. Nel portafoglio ci sono due biglietti Trenitalia. Uno andata e uno ritorno. La meta era Firenze. E quello di ritorno è stato convalidato alla stazione di Firenze giusto stamattina» li informò Francesca con in mano i documenti del proprietario dell’auto. «Qui dentro ci sono anche trentacinque euro in banconote. Più spiccioli.»
«Stava rimontando in macchina per tornare a casa» propose il controllore, camminando avanti e indietro attorno alla portiera aperta. «Originario di Venezia, sì, ma il nome del paese segnato sull’indirizzo mi pare di queste parti. Forse si è trasferito qui dopo essersi sposato…»
«O per lavoro» soggiunse Nicola, dopo essersi sonoramente schiarito la voce.
«Comunque è salito in auto e ha appoggiato il portafoglio sul sedile laterale. Ha infilato le chiavi e, sempre se non si era scordato di inserirlo prima di prendere il treno per Firenze, ha tolto il freno a mano. Probabilmente stava per chiudere la portiera e allacciarsi la cintura, quando è successo… qualcosa» andò avanti Roberto, la fronte aggrottata e lo sguardo immerso in un flusso di pensieri impenetrabile.
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