lunedì 29 dicembre 2014

Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 13

Emily Cooper non si sarebbe mai immaginata che per raggiungere Pine Bluff in treno, partendo da Little Rock con una coincidenza spaventosamente precisa, occorressero così tante ore. Eppure era ferma alla stazione di Eglon da tutto un giorno, aveva fame e sete e anche un po’ di freddo, si sentiva stanca e assonnata e soprattutto terribilmente in ansia perché da circa quattro ore aveva finito le sigarette.
Eh già, perché proprio qui stava il punto: non poteva trattenere il suo nervosismo quando era in astinenza da tabacco. E che accidenti di stazione dei treni era quella lì, che non aveva neppure uno stramaledetto distributore di sigarette? Roba da matti, rifletté Emily squadrando il tipo che piantonava l’uscita con una mitraglietta Uzi a tracolla e una maschera di plastica rossa e gialla sul viso. In che razza di covo di mentecatti era finita?
Stavano lì dalla mattina, quando il loro treno era stato bloccato poco dopo l’alba da quei tizi armati con il volto coperto che davano a Emily l’impressione di essere un po’ tocchi. I vagoni erano stati smontati e spostati dai binari, e tutti loro erano stati radunati nella sala d’aspetto della stazione assieme ai passeggeri di almeno un altro treno. Dovevano essere esausti anche gli altri, considerò Emily guardandosi rapidamente intorno. Stavano in piedi da ore, eccetto ovviamente quelli che per primi si erano presi le poche seggiole sparpagliate per la sala e quelli che avevano avuto il coraggio di sedersi per terra nonostante lo sporco che si scorgeva sul pavimento. A pranzo erano stati distribuiti pasti preconfezionati di assortimento piuttosto vario, e poi più niente. Qualche bottiglietta d’acqua girava di quando in quando, ma i tipi che piantonavano gli ingressi e li tenevano costantemente sotto controllo non avevano ancora dato segno di volerli lasciare andare.
Certo che Emily, quella mattina quando era partita, sicuramente non si aspettava di rimanere invischiata suo malgrado in una situazione simile. Pareva eccessivamente assurdo, a suo avviso. Troppo inverosimile perché ci potesse credere del tutto. Eppure non le pareva di intravedere alcuna telecamera, nei paraggi, il che significava che molto probabilmente non erano vittime di un qualche scherzo assurdo macchinato dall’ultimo scrittore freelance di copioni per reality show.
Le esplosioni e gli spari che si erano susseguiti fuori dalla stazione per la maggior parte della giornata erano riusciti a mettere in agitazione il più dei presenti, in particolar modo una famigliola che stava presumibilmente andando in vacanza da qualche parte
(in vacanza a Pine Bluff?? Bah, cavoli loro…)
con i tre figli piccoli che dalle sette di quella sera reclamavano a gran voce il proprio pasto abituale strillando e scalciando come dei forsennati.
Adesso fuori sembrava tutto tranquillo. Nessuno lì dentro aveva ancora avuto modo di uscire a vedere che cosa stesse succedendo, ma c’erano molte ipotesi che dopo aver girato di bocca in bocca avevano finito per coincidere…
«Signore e signori!» scandì una voce senza accento prorompendo all’interno del salone della stazione dei treni di Eglon attraverso gli altoparlanti disposti sul soffitto. «Benvenuti a Eglon! Ci scusiamo per la difficile giornata d’attesa che vi abbiamo fatto trascorrere chiusi qui dentro. Non ci aspettavamo così tanti passeggeri tutti in una sola volta, ma adesso il problema è stato risolto. A ciascuno dei nuclei famigliari qui presenti sarà assegnata una stanza nei principali alberghi cittadini, il tutto naturalmente gratis. A una condizione, però…»
La gente, già radunata attorno agli ingressi per sciamare fuori da quell’ambiente che cominciava ad essere sempre più stretto, si scambiò un mormorio confuso.
«Ognuno di voi dovrà lasciare i propri documenti in ingresso. D’ora in avanti siete cittadini di Eglon a tutti gli effetti, signore e signori. E non ve ne andrete da questa città mai più

venerdì 26 dicembre 2014

Lacrime di Cenere - Volume 1: In Fuga dalla Morte - Capitolo 7 (Anteprima)

Il campo base di fortuna che i militari avevano allestito attorno agli elicotteri era costituito da un semplice perimetro di filo spinato, con alcuni sacchi di terra accatastati per renderlo più stabile. Al centro, oltre ai velivoli, c’erano dei trasporti leggeri e un piccolo carro armato.
I ragazzi furono lasciati in un angolo dove un ufficiale li raggiunse dopo mezz’ora di attesa.
«Da dove venite?» esordì, senza nemmeno presentarsi.
«Eravamo a lezione all’università» spiegò Leonardo senza tanto girarci intorno. Aveva la gola secca e gli occhi gli bruciavano per tutta la polvere che gli spari e le esplosioni avevano sollevato.
Quella mezz’ora di pausa dopo tutta la paura che aveva provato nelle ore precedenti gli aveva fatto bene. Aveva avuto tempo per metabolizzare, almeno in parte, le immagini che gli erano passate sotto gli occhi durante il resto della giornata, e ciascuna di quelle visioni gli martoriava dolorosamente i pensieri.
Quante persone erano morte in un giorno? Quanto in fretta? Quanti zombie camminavano per le strade della città di Padova, a caccia di superstiti da sbranare?
«All’università» ripeté l’ufficiale, come scettico.
«Non è lontana. Ci siamo rifugiati sul tetto e siamo scesi lungo la scala antincendio. Il vostro arrivo ha distratto gli zombie.»
«Zombie, eh?» replicò il militare, quasi che davvero facesse fatica a capire quello che sentiva.
«Sono morti in tanti. Ne abbiamo visti a centinaia, solo qui intorno. Che cosa sta succedendo?»
L’ufficiale si girò dall’altra parte ed esaminò le difese erette col filo spinato con apparente concentrazione. Leonardo tenne gli occhi su di lui. Dopo qualche istante i loro sguardi si incrociarono e il militare sospirò tristemente.
«Mi piacerebbe sapertelo dire, ragazzo.»

lunedì 22 dicembre 2014

Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 12

«Dottor Mason!» lo chiamò una voce femminile dal fondo del corridoio. Larry Mason si voltò e attese che l’infermiera lo raggiungesse di corsa, trafelata, con il respiro talmente concitato da impedirle di parlare.
«Mi dica» mormorò massaggiandosi cautamente le tempie, cercando di assumere un tono di voce affabile. Aveva un’emicrania pazzesca, e forse era perché non dormiva da due giorni e aveva passato le ultime quattordici ore in sala operatoria. Aveva dovuto gettare via il camice che aveva usato per operare quella notte, perché si era riempito completamente di sangue e nella fretta dell’ultimo intervento si era strappato una manica impigliandosi in Dio solo sapeva che cosa. Il caffè lo aveva aiutato a stare sveglio per le prime dieci o undici ore, ma adesso gli serviva un goccio. Cristo, quanto aveva bisogno di un goccio! Stava prendendo in esame la possibilità di ricorrere alla sua riserva segreta nascosta in uno degli armadietti del suo piano, però…
«Abbiamo un problema…» tartagliò agitata l’infermiera, con un tono esageratamente squillante che non mostrò alcuna misericordia nei riguardi del suo mal di testa.
«Che genere di problema?» s’informò il dottor Mason. Sì, adesso aveva deciso: un goccetto se lo sarebbe concesso. In fin dei conti, era un suo diritto. E un altro problema, in questo momento, significava un’altra stilettata nel cervello da parte dell’emicrania.
«Sono qui. I ribelli» mormorò sottovoce l’infermiera, e ognuna delle sue parole fu una rasoiata in testa per Larry Mason.
«Vuol dire che sono in ospedale?» farfugliò, scosso.
«Sì, e chiedono di parlare con lei, dottore» confermò l’infermiera in un unico sospiro.
Larry inghiottì a vuoto, ascoltandosi rabbrividire. Il solo fatto che i rivoluzionari fossero lì di nuovo, ancora una volta nello stesso edificio in cui si trovava lui, gli metteva addosso un’ansia inimmaginabile. Ma pensare che volevano parlare con lui personalmente
«Dove sono?»
«Nell’atrio.»
«Mi preceda e dica loro che sto arrivando» ordinò il dottor Mason riacquistando il proprio autocontrollo. Vide l’infermiera sbiancare all’idea di dover tornare di là con quei tipi mascherati, e dentro di sé la capì ma non le evitò comunque tale onere. Aveva bisogno di un goccio, maledizione, anche di due, visto che adesso c’era un nuovo problema parecchio consistente del quale occuparsi. E qualcuno doveva pure tenere a bada quei tizi finché lui non arrivava.
L’infermiera si allontanò compunta e il dottor Larry Mason aspettò che avesse voltato l’angolo e si catapultò letteralmente contro le porte dell’ascensore, salendo e pigiando ripetutamente il pulsante del suo piano.
Un goccio, dannazione, soltanto un goccio…

venerdì 19 dicembre 2014

Lacrime di Cenere - Volume 1: In Fuga dalla Morte - Capitolo 6 (Anteprima)

Era la loro occasione. Anzi, la loro unica occasione, molto probabilmente.
Leonardo si affacciò per primo sul ripiano più alto delle scale antincendio esterne. Erano scale di metallo verniciate di rosso, che dall’uscita d’emergenza dell’ultimo piano portavano fino a uno spiazzo libero sul retro dell’edificio, in prossimità di un minuscolo giardinetto che si ricollegava poi alla strada per mezzo di un angusto viale pavimentato.
La situazione sembrava essere tranquilla. Non c’erano zombie nei paraggi, per il momento. La battaglia che i militari avevano ingaggiato in strada doveva averli attirati quasi tutti.
Era un bel volo dal tetto alla piattaforma delle scale, ma con un po’ di fortuna sarebbero atterrati illesi. C’era solo da sperare che nessuno di loro si ferisse nel tentativo, altrimenti gli altri sarebbero stati costretti a lasciarlo indietro per salvarsi la pelle.
«Non voglio venire giù. Voglio solo svegliarmi. Tornare a domenica scorsa, quando ero a casa con i miei genitori e andava tutto bene!» sibilò Giorgio con fare irrequieto.
Marta lo prese per le spalle e lo scosse con vigore. «Stammi bene a sentire: adesso smettila di pensare a tutte queste cazzate e fai quello che ti dico io, okay?» Il suo tono di voce lasciava intendere che ci fosse una specie di minaccia velata nelle sue parole. Il ragazzo inghiottì a vuoto e annuì.
«Vado» annunciò Leonardo, poi prese un bel respiro e si gettò oltre il bordo del tetto.
Per un istante si immaginò spiaccicato sull’asfalto ai piedi del complesso didattico, e vide Valentina chiusa nel bagno del liceo che piangeva mentre un fiume di zombie grattava contro le porte chiuse e reclamava a gran voce il suo sangue e le sue lacrime.

lunedì 15 dicembre 2014

Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 11

Tom Davis faceva parte del glorioso corpo dei Marines da soli due anni, eppure ormai apparteneva a pieno diritto a quella categoria di combattenti che sa decisamente come cavarsela con un fucile in mano. Suo padre era stato un Marine, e anche suo nonno, prima di lui. Potrebbe apparire come la solita storiella strappalacrime da soldato americano, ma la famiglia Davis aveva davvero militato per generazioni tra le file dei Marines statunitensi.
Ora per Tom trovarsi a pochi passi da casa, alle porte della città di Eglon, dalla quale si innalzava il fumo di numerose esplosioni, era a dir poco scioccante.
Un reparto dell’Esercito degli Stati Uniti si era avvicinato a Eglon da nord, scendendo rapidamente dalle zone di Little Rock. C’era parecchio caos nel subbuglio generale delle manifestazioni in memoria dell’undici settembre, e questo fatto di Eglon aveva lasciato tutti quanti a bocca aperta. Com’era potuto accadere? Anzi, meglio ancora: cosa stava accadendo, di preciso, dietro quella barricata di legno che era stata eretta per separare la campagna dal centro urbano?
I soldati erano stati richiamati quella mattina, e in poche ore avevano raggiunto il punto di incontro. L’azione era stata rapida e pronta, ma non c’era modo di entrare in città: le barriere impedivano a chiunque di passare, e abbatterle era fuori discussione. Troppi edifici civili nei dintorni, si rischiava di ammazzare qualcuno se non si prestava la massima attenzione.
Oltretutto, i tre Black Hawk mandati in ricognizione con l’incarico di lanciare alcuni uomini sulla cima della Eglon Tower per iniziare a ripulire la zona erano stati abbattuti, e i piloti e i soldati che si trovavano all’interno dovevano essere ormai andati all’altro mondo.
No, stava succedendo qualcosa di impensabile in quella comune città dell’Arkansas. E Tom Davis, nonostante reggesse con mano ferma il fucile d’assalto puntato in direzione della barricata di legno in lontananza, dentro di sé tremava. Perché in quel momento avrebbe dovuto assistere alla cerimonia organizzata a Little Rock in memoria delle vittime degli attacchi dell’undici settembre 2001, e invece si trovava lì, a pochi passi dal luogo in cui stavano venendo presumibilmente mietute le vittime di un nuovo undici settembre, un altro giorno che sarebbe inevitabilmente passato alla storia, alla stregua del suo predecessore. E la parte peggiore, in tutto questo, era che lui si sentiva assolutamente impotente di fronte a questa tremenda visione.
Era quasi il tramonto, e sulla destra Tom vedeva il sole calare sempre più simile a un globo incandescente di ghiaccio infuocato. Le nuvole, a ovest, si erano aperte per qualche minuto, ma Tom sapeva che presto sarebbero ritornate a coprire il cielo e l’orizzonte con il loro grigio e freddo abbraccio inestricabile.
Quella che si preparava a venire sarebbe stata una notte senza stelle. Per tutti quanti loro, e anche per i disgraziati cittadini di Eglon. Altre luci avrebbero rischiarato le strade della città durante le ore di buio, e sarebbero state quelle sprigionate dalle fiamme.
Tom Davis intravide improvvisamente qualcosa saettare sull’orizzonte. Qualcosa di nero, di indefinito, qualcosa che non avrebbe saputo descrivere neppure sotto tortura. Ma non gli ci volle molto a capire che si trattava di un colpo di mortaio, perché quando ci fu l’esplosione presso la prima linea dei soldati dell’esercito statunitense si rese conto che iniziavano a piovere razzi su di loro.

venerdì 12 dicembre 2014

Lacrime di Cenere - Volume 1: In Fuga dalla Morte - Capitolo 5 (Anteprima)

Impiegarono una buona ventina di minuti per fare il giro del perimetro e controllare la situazione disotto. Gli zombie erano veramente tanti, ma la maggior parte di loro doveva trovarsi ancora all’interno delle aule e dei corridoi. C’erano urla nell’aria, che continuavano a echeggiare senza sosta. Auto che cozzavano rumorosamente contro altre auto, e ogni tanto degli spari, con il sottofondo delle sirene.
Leonardo non osava nemmeno immaginare cosa stesse accadendo nel resto della città. Aveva troppa paura per farlo. L’unica cosa a cui riusciva a pensare era che doveva sbrigarsi ad arrivare a Vicenza, perché la sua Valentina lo avrebbe aspettato barricata nei bagni. Doveva raggiungerla e portarla via, portarla in un posto sicuro.
E i suoi genitori? Suo fratello, i nonni, gli zii… Erano tutti in pericolo? Non riusciva a considerare l’eventualità che a Vicenza la situazione fosse la stessa, che anche là i morti avessero preso le strade e i paesi altrettanto in fretta. Forse c’era modo di aiutarli. Forse erano partite le segnalazioni d’emergenza e avevano trovato tutti rifugio da qualche parte…
Per un momento immaginò la via di casa piena di cadaveri che camminavano lungo i marciapiedi. Dovette scuotere energicamente la testa per cacciare via la visione, ma anche dopo continuò a sentire che se ne stava in agguato, appena sotto la superficie, pronta a riemergere appena avesse abbassato la guardia di nuovo.
Giorgio, era questo il nome dell’altro ragazzo, aveva smesso di vomitare e si era in parte ripreso. Erano tutti e tre sotto shock, ma pian piano ricominciavano a produrre pensieri coerenti.
La priorità era andarsene da quel tetto prima che la porta delle scale interne cedesse: la forza che gli zombie stavano mettendo nel tentativo di abbatterla era incredibile, e se avessero continuato di quel passo ce l’avrebbero fatta molto presto.

lunedì 8 dicembre 2014

Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 10

«Sei uno stronzo, lo sai?» mormorò Katie imbronciata.
«Lo so, grazie» farfugliò Chris altrettanto corrucciato.
«La tua ragazza ha l’influenza e tu vai alla festa di quella sgualdrina di Tila senza di lei. Bravo. Proprio bravo» commentò la giovane in tono sarcastico, parlando al cellulare mentre se ne stava sdraiata nella penombra della camera da letto in un qualunque sabato pomeriggio che avrebbe preferito trascorrere fuori in compagnia del fidanzato.
«Tesoro, lo sai che ci vado solo perché ci vanno i ragazzi. Se non me l’avessero chiesto, starei a casa. Ma è sabato sera, cucciola, e ho voglia di uscire un po’» si difese Chris, abbastanza malamente.
«Be’, vieni qui da me allora!» ribatté piagnucolante Katie, scossa da un inaspettato brivido di freddo.
«Mia madre non vuole, lo sai. Dice che non mi devo ammalare. Ho già perso fin troppi giorni di scuola, l’anno scorso…»
«Non mi importa. Sempre meglio che andare a farti corteggiare da quella… là…» concluse Katie, evitando minuziosamente di chiamarla con un termine assai più diretto e volgare di sgualdrina perché sapeva che a Chris non andava di sentirle dire certe parole.
«Amore, sarà solo una festa come un’altra. Tila nemmeno verrà a salutarmi, impegnata come sarà con tutta la gente che ha invitato. Probabilmente penserà che ci sia anche tu, da qualche parte, a spiarmi.»
«Fidati, non è così. Non perderà l’occasione…» replicò Katie giocherellando con una ciocca di capelli. Accidenti se faceva freddo. Anche sotto le coperte continuava a tremare. Eppure era sudata. Colpa della febbre, se aveva i brividi. Quando aveva preso l’ultima tachipirina? Le conveniva farsi portare un termometro e, se la temperatura era salita, prendere qualcos’altro per tenerla a bada.
«E con questo?» ribatté Chris indifferente. «Il fatto che possa o meno venire a corteggiarmi non cambia nulla: lei non mi interessa! Lo sai che amo te…»
«…lo so…» cedette Katie. Quella conversazione stava andando troppo per le lunghe. Si sentiva stanca, e aveva voglia di misurarsi la febbre, prendere una tachipirina e abbandonarsi tra le coperte in un bel sonno profondo.
«E allora qual è il problema, se ci vado?» riprese Chris.
Katie sospirò. «Fai quello che vuoi. Tanto lo faresti comunque. Va’ pure, se ci tieni tanto. Non mi importa. Ora, se permetti, ho bisogno di dormire.»
«Okay piccola. Riposati. Se domani stai meglio ti vengo a trovare, va bene?»
«Hmhm» annuì Katie svogliatamente. Non ne poteva più. Voleva solo chiudere gli occhi e lasciare che la mente naufragasse in mezzo a un arcipelago di sogni. Tutto il resto perdeva di valore, scoloriva, addirittura, messo a confronto con questo desiderio.
«D’accordo. A presto tesoro. Ti amo» la salutò Chris amorevolmente.
«Lo so. Ciao» finì Katie, e spense il cellulare, allontanandolo da sé.
Fu l’ultima volta in cui Katie e Chris si parlarono. Esclusi i pochi sms che si mandarono quella sera, fu anche l’ultima volta che si sentirono.

venerdì 5 dicembre 2014

Lacrime di Cenere - Volume 1: In Fuga dalla Morte - Capitolo 4 (Anteprima)

«Sono tutti morti» pigolò il ragazzo scoppiando in lacrime.
Leonardo non rispose. Aveva difficoltà a respirare, forse per la fatica che aveva fatto issandosi sul tetto dell’edificio. Guardò giù e percepì un vago sentore di nausea.
«Tranquillo Gio» intervenne la ragazza affettuosamente, battendogli dei colpetti delicati sulla schiena. Il ragazzo si allontanò di corsa e si mise in un angolo a vomitare. Lei rimase a pochi passi da Leonardo, lo sguardo assente e l’espressione pensosa.
Un elicottero li sorvolò in tutta fretta, scivolando oltre con le lunghe pale metalliche che graffiavano il cielo terso.
«Erano zombie» mormorò finalmente la ragazza, quasi parlando con se stessa.
«Sono zombie» precisò Leonardo, il cuore che ancora gli martellava dolorosamente il petto.
«Non riesco a crederci…»
«Nemmeno io» confermò asciutto. Notò con la coda dell’occhio di avere il maglioncino imbrattato da alcune gocce di sangue. Sangue di qualcuno dei suoi compagni di corso, schizzato da un morso o da un graffio di qualche tipo. Ma come poteva essere reale una cosa del genere?
«Sta succedendo davvero?»
Gio, l’altro ragazzo, vomitò di nuovo qualche metro più in là.
«Non lo so. Eravamo in aula da due ore, due ore e mezza. E prima di entrare non ho visto nulla di strano in città. Non posso credere che sia stato tutto così veloce…»
«Non è un film. Non è possibile che esistano quelle cose. Non possono e non devono esserci!»
Calò di nuovo il silenzio. La sirena di un’ambulanza da qualche parte gli fece aprire veramente gli occhi sullo scenario che si stendeva attorno all’edificio. Era uno spettacolo terrificante.

lunedì 1 dicembre 2014

Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 9

«Signore, una chiamata dall’ufficio dell’FBI di Little Rock. Dicono che è importante» lo avvisò tramite interfono uno dei suoi sottoposti.
«D’accordo, passamela» approvò l’uomo seduto dietro la scrivania senza tanti giri di parole.
«Signor Kozinski?» domandò una voce all’altro capo.
«Sì, sono io» confermò tranquillamente.
«Ci troviamo su una linea sicura?»
«Io sono sempre su una linea sicura. Che cosa c’è?»
«Ci occorre un’informazione, signor Kozinski» avanzò senza indugio il suo interlocutore.
«Un’informazione, eh? Di che genere?»
«Si tratta di Eglon, signor Kozinski…» spiegò con calma la voce dell’agente dell’FBI.
«Eglon… Che altro vi interessa sapere di Eglon?»
«Tutto quello che non ci ha detto, signor Kozinski. Lei forse ancora non lo sa, ma laggiù è cominciata. Un reparto dell’esercito è in movimento per raggiungere la città. Stiamo seguendo i loro movimenti attraverso il satellite: hanno costruito sotto il nostro naso una barricata completa nel giro di poche ore…» principiò la voce dall’altra parte, ma Kozinski la fermò.
«Io so tutto. Sapere è il mio lavoro. So che cosa è successo e so che cosa sta per succedere. Ad ogni modo, vi ho già detto tutto ciò che vi potevo dire.»
«Se ci avesse detto tutto, allora avremmo saputo in tempo dei carri armati!» ribatté freddamente la voce, suonando minacciosa all’interno della cornetta. «Oppure questa è una novità anche per lei, signor Kozinski?» soggiunse in tono beffardo.
«Come vi ho già detto, sapere è il mio lavoro» ribadì molto pazientemente Victor Kozinski. «E adesso non ho altro da dirvi.»
Riattaccò, lasciando l’agente dell’FBI con il silenzio della comunicazione interrotta.
«Non desidero ricevere altre telefonate dall’FBI, per oggi» comunicò all’interfono, e una voce femminile rispose affermativamente.
Eglon… E così, alla fine l’avevano fatto. Avevano tirato fuori i carri armati, avevano occupato la città e l’avevano barricata. Quegli scaltri figli di puttana si erano organizzati bene, dopotutto. Con un supporto come quello di cui disponevano, chi non avrebbe saputo mettere in piedi un’operazione simile?
Bisognava dire, però, che avevano fegato. I reparti speciali sarebbero stati schierati attorno alla città entro sera, e l’ONU non avrebbe rilasciato dichiarazioni importanti oltre le ventiquattro ore. Il governo americano avrebbe richiesto l’autorizzazione per un intervento parzialmente violento, e tale richiesta sarebbe stata respinta senza mezzi termini. Allora sarebbe scoppiato il pandemonio.
Victor Kozinski sorrise. Sapere di aver dato una mano a mettere in piedi una cosa del genere era davvero gratificante.
Gestire un traffico di informazioni come quello che possedeva era un privilegio niente male, ma alle volte poteva ritorcersi contro chi se ne serviva in maniera implacabile.
Così l’FBI, che si era rivolta alla sua agenzia il mese scorso per ottenere informazioni, dimostrandosi una cliente disposta a sborsare somme decisamente considerevoli, aveva appena imparato a proprie spese questa piccola lezione di realtà.

venerdì 28 novembre 2014

Lacrime di Cenere - Volume 1: In Fuga dalla Morte - Capitolo 3 (Anteprima)

Il mondo stava finendo, tutto in una volta sola.
La solida visione della realtà che aveva impiegato vent’anni a costruirsi si stava inesorabilmente sgretolando sotto i suoi occhi, mentre lui la osservava impotente.
Laggiù, all’esterno, oltre la sottile pellicola di vetro che lo separava dalla tiepida aria autunnale, era pieno di gente morta che camminava in strada. C’erano cadaveri che si spostavano, che passeggiavano con gli arti maciullati e il busto sfondato, che si guardavano intorno con sguardo spento ma allo stesso tempo spaventosamente vigile.
La ragazza bionda con gli occhiali aprì una delle finestre che correvano lungo tutta la parete, salendo progressivamente verso l’alto.
L’aria entrò e gli incendiò i polmoni. Poi la ragazza si sollevò sulle braccia e lentamente si issò fino a sedere sul bordo della finestra, pronta a scivolare dall’altra parte.
Era un salto di almeno quattro metri, se fosse precipitata disotto.
Ma forse era meglio cadere e spiaccicarsi sull’asfalto piuttosto che aspettare che i morti all’ingresso dell’aula si prendessero la briga di raggiungerli.
Gli studenti che tentavano invano di aprirsi un varco verso le uscite erano ancora parecchi. Altri correvano di qua e di là, senza una meta precisa, urlando e piangendo, lanciando verso il basso qualunque oggetto capitasse loro a portata di mano.
Era la follia umana di fronte alla morte, e Leonardo si rese conto che se l’avesse contagiato non ci sarebbe più stata alcuna speranza nemmeno per lui.

lunedì 24 novembre 2014

Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 8

Venerdì 9 settembre

Qualcuno bussò alla porta.
Era tardo pomeriggio, e il lavoro da fare era sempre troppo. Amministrare una città non era semplice, ma amministrare una città in Arkansas, con almeno quaranta fattorie intorno che rientravano nella giurisdizione territoriale, era ancora più difficile.
Eglon contava per l’esattezza quarantaquattro fattorie, nei dintorni, che dal punto di vista burocratico facevano capo al Comune della città. E non c’è bisogno di dire che spesso davano parecchi grattacapi al sindaco John Donaldston, perché i contadini venivano da lui per ogni nonnulla, quando c’erano da richiedere permessi, quando erano in corso diatribe sulla proprietà di una pianta, quando un animale si infilava per l’ennesima volta nei campi del vicino e quest’ultimo non voleva più restituirlo. La gente non si sapeva arrangiare da sola. Specialmente la gente di campagna, a detta del sindaco Donaldston. E per lui si trattava soltanto di un altro carico di problemi extra da risolvere.
«Avanti» accolse John Donaldston da dietro la scrivania del suo ufficio, e la porta si aprì per permettere alla snella e graziosa figura di Nancy Vaugher di entrare.
«Sindaco Donaldston, mi spiace disturbarla quando so che ha molto lavoro da fare, ma ho bisogno che dia un’occhiata ad alcuni documenti…» esordì l’addetta all’anagrafe con fare titubante. Sembrava un po’ scossa, giudicò John. Probabilmente era solo stanca.
«Di che si tratta?»
«Alcune persone arrivate in città la settimana scorsa. Ho qui le loro carte d’identità e mi sono fatta lasciare anche i passaporti, per precauzione. Mi ha detto lei di controllare accuratamente la gente che si trasferisce nella nostra città, e di accertarmi che sia innocua» spiegò la donna, e John Donaldston annuì.
Sì, ricordava il discorsetto che le aveva fatto un paio di mesi prima. Ultimamente le cose non andavano troppo bene. C’erano stati dei tizi che lo scorso inverno avevano ottenuto la residenza a Eglon e si erano messi a spacciare cocaina nel bel mezzo del parco pubblico. Prenderli non era stato facile, e cacciarli dalla città si era rivelato un compito fin troppo dispendioso per i suoi gusti. Meglio prevenire che curare, diceva sempre suo nonno. L’aveva trasformato da banale motto in serio stile di vita.
«D’accordo. Qual è il problema?» s’informò il sindaco, sbuffando lievemente.
«Ci sono dei dati che non corrispondono» sussurrò Nancy posandogli sulla scrivania un pacchetto di fogli stampati tenuti insieme con due graffette di plastica gialla. «Niente di cui preoccuparsi, molto probabilmente,» si affrettò a soggiungere, «ma la prudenza non è mai troppa.»
«Grazie, Nancy. Darò un’occhiata a queste carte domattina come prima cosa quando rientrerò in ufficio» promise il sindaco Donaldston, e l’addetta all’anagrafe oltrepassò la porta e sparì.
Nancy Vaugher era tutta un fremito. Si guardò attorno con circospezione ed entrò nel proprio angusto ufficio, chiudendosi la porta alle spalle con mano tremante e lasciandosi sfuggire un singhiozzo e l’accenno di una lacrima oltre le lenti degli occhiali.
«Brava, Nancy, ben fatto» approvò l’uomo che se ne stava tranquillamente seduto dietro la scrivania del suo piccolo ufficio, con lo schienale inclinato, le gambe accavallate sul ripiano del tavolo e una pistola provvista di silenziatore puntata in direzione dell’addetta all’anagrafe.

venerdì 21 novembre 2014

Lacrime di Cenere - Volume 1: In Fuga dalla Morte - Capitolo 2 (Anteprima)

Le tre porte dell’aula D del complesso didattico erano ormai ostruite dai cadaveri e dal sangue. Leonardo osservava con orrore le persone chine sui corpi a divorarli, credendo – e sperando – di trovarsi nel bel mezzo dell’incubo più vivido e spaventoso della sua vita.
Ma era sveglio, e le urla che gli squassavano i timpani ne erano la prova più dolorosa.
I ragazzi cercavano di scappare in ogni direzione, ma i morti continuavano ad avere la meglio e a scaraventarsi su di loro. Si lanciavano con le bocche spalancate, li agguantavano e li mordevano con forza, stritolandoli, spesso in più di uno alla volta. Lo spettacolo era a dir poco raccapricciante.
Che cos’erano? Da dove venivano, e cosa stavano facendo? Una folla di domande gli si accalcava in testa con violenza, pretendendo di ricevere risposte che potessero avere anche solo la parvenza di essere sensate.
Ma non aveva tempo per questo. Doveva ricacciarle indietro e pensare, o non ne sarebbe uscito.
Valentina…

lunedì 17 novembre 2014

Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 7

Estratto di un articolo mai pubblicato indirizzato al New York Times, datato 12 settembre 2001:

«[…] Sconvolta dal terrore, l’America è rimasta senza parole. Perché questo orrore? Perché questa follia? Che cosa significa tutto questo sangue che sporca le strade di New York, quest’unico grido che si è levato all’unisono da una città martoriata?
«Gli aerei dirottati trasportavano passeggeri innocenti. Le Torri erano piene di persone innocenti. Il Pentagono, altro bersaglio dell’attacco terroristico, ha perso uomini innocenti.
«Era tutta gente libera! Tutta gente libera che non aveva colpa, se non quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. E ha dovuto pagare, per questo, pagare a caro prezzo, versando una moneta di scambio dal valore inestimabile che nessuno potrà mai restituire: il proprio sangue, le proprie vite di cittadini liberi!
«Il conto che ieri, 11 settembre 2001, è stato presentato agli Stati Uniti è risultato troppo salato per poter essere saldato. Il mondo ha un debito con queste persone e con le loro famiglie. Tutte vittime di un gioco di potere immenso, al quale si erano rifiutate di prendere parte.
«E adesso, che cosa rimane di tutti loro? Nient’altro che cenere…
«Cenere che fiocca sulle strade di New York come una macabra nevicata fuori stagione.
«Che cosa possiamo chiedere noi, a questo punto? Possiamo rendere grazie a qualcuno? Dobbiamo puntare il dito e imbronciarci, pretendendo che venga fatta giustizia? Giustizia… Che cosa significa giustizia, quando quasi tremila cittadini liberi e innocenti perdono la loro vita inutilmente? Quale valore assume quest’unica parola, dinnanzi agli eventi che ieri hanno violato brutalmente i nostri occhi e gettato un’ombra incancellabile sopra i nostri pensieri?
«Non esiste giustizia. Non c’è niente di giusto in ciò a cui le strade di New York sono state obbligate ad assistere. Non rimangono parole in grado di descrivere lo stato di panico raccapricciante in cui la città è precipitata immediatamente dopo l’attacco.
«Che cosa possiamo augurarci, allora, se non resta orizzonte di giustizia in grado di consolarci? Possiamo forse pregare che quelle anime libere e innocenti finiscano in un posto migliore? Possiamo sperare che le loro famiglie siano ancora capaci di dormire sonni tranquilli, e di svegliarsi la mattina senza versare una sola lacrima e di tirarsi in piedi senza maledire se stessi, senza ricadere nei rimorsi e nelle recriminazioni? No. Tutto questo non è più auspicabile. E chi ha partorito questa strage, questo attentato alla libertà umana, diretto al cuore pulsante della vita, lo sa meglio di tutti quanti noi.
«Che cosa ci resta da fare a questo punto, dunque? Permettetemi di concludere dicendo che io, in fondo, un’idea ce l’avrei.
«Possiamo desiderare, in cuor nostro, che chi ha rubato paghi. Possiamo anelare alla cancellazione dei nostri terribili ricordi. Possiamo mirare a una giustizia terrena che, per quanto inconsistente, ci faccia sentire appagati. Oppure, e questa a mio avviso è la strada migliore, possiamo prometterci di fare tutto ciò che è in nostro potere per difendere la libertà e l’innocenza del popolo umano, e per far sì che questo 11 settembre, orrendo e devastante oltre ogni naturale concezione, non si ripeta.»

venerdì 14 novembre 2014

Lacrime di Cenere - Volume 1: In Fuga dalla Morte - Capitolo 1 (Anteprima)

La solita solfa, come sempre. Come ogni dannatissima mattina.
A volte aveva come l’impressione che Trenitalia ce l’avesse con lui. Con lui e con la scelta che aveva preso, solo perché aveva affrontato quello stupido test d’ammissione a Medicina ed era passato. Ogni volta che posava gli occhi su quegli stramaledetti tabelloni digitali non faceva altro che leggere RITARDO, o peggio ancora CANCELLATO. Come se gli studenti del primo anno di Medicina e Chirurgia non meritassero di arrivare in orario alle lezioni.
Ad ogni modo, quel giorno era entrato in aula giusto in tempo, anche se senza fiato. I posti migliori erano ovviamente tutti occupati. Aveva imprecato e con calma si era messo a scalare la collina alla ricerca di una sedia libera.
Penultima fila. Fantastico. L’ideale per chi voleva seguire la lezione, come quello alla sua destra che giocava con l’iPad mentre il professore di Chimica Organica cominciava a spiegare le forme di risonanza degli alcani.
Leonardo sospirò in silenzio e cercò di buttare giù un appunto veloce prima che la diapositiva proiettata venisse sostituita dalla successiva. Gli mancavano un paio di elementi quando l’immagine cambiò, così fu costretto a cerchiare il punto in cui li avrebbe dovuti inserire nel pomeriggio, riguardando le slide a casa.
Un coro di clacson si levò dalla strada. Qualche grana all’attraversamento pedonale in fondo alla via, probabilmente.
Abitare a dieci chilometri da Vicenza e frequentare l’Università di Padova aveva i suoi svantaggi. Ci voleva quasi mezz’ora di treno, in media, per spostarsi da Vicenza a Padova, e se per raggiungere la stazione di Vicenza occorreva usare l’autobus allora era necessario aggiungere quasi un’altra ora intera ai calcoli. Ne venivano fuori un’ora e mezza di andata e altrettanto di ritorno. Per due ore di lezione, era già tanto se ne bastavano cinque fuori casa.
Udì le sirene di un’ambulanza passare poco distanti.
Posò la penna sul quaderno aperto e guardò fuori. C’era qualche nuvola, ma il cielo era tutto sommato sereno. Il sole manteneva l’aria piuttosto calda, sebbene fosse già passata la metà di ottobre. La natura si accartocciava su se stessa, eppure l’estate non sembrava ancora essersi sciolta del tutto. Ci voleva un po’ di freddo per consumarla fino in fondo, ma finché durava il bel tempo era meglio così. Dopotutto, mancavano soltanto la pioggia e la neve a peggiorare la situazione con i treni…
Altri clacson, subito zittiti dalle sirene di un’altra ambulanza. Là fuori doveva essere una mattinata particolarmente movimentata, valutò.
Le file più in basso erano completamente immerse nella lezione. Tutti prendevano diligentemente appunti, senza lasciarsi sfuggire una parola. C’erano libri che passavano silenziosamente di mano in mano, occhiate veloci per vedere se il compagno avesse trascritto la formula del composto sfuggito, mormorii di comprensione che saltellavano lungo le gradinate.
Si sentiva terribilmente fuori posto. E non era la prima volta che provava questa spiacevole sensazione, purtroppo. Né probabilmente sarebbe stata l’ultima.

lunedì 10 novembre 2014

Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 6

Melanie Winget si allacciò le cinture, come era stato appena annunciato di fare, e si lasciò uscire dalle labbra un sospiro nervoso nel vano tentativo di far sbollire l’agitazione.
Volare la rendeva sempre molto tesa, per questo cercava di evitarlo il più possibile. Ma alle volte non c’era scelta: quando bisognava percorrere centinaia di chilometri per raggiungere un’altra città, l’aereo era il mezzo più pratico e rapido con il quale spostarsi.
Avere i genitori nell’Oregon, poi, e abitare in Arkansas era decisamente scomodo. Si poteva adoperare anche il treno, certo, ma prendere tutte le coincidenze e sopportare interminabili ore di viaggio seduti in cabine strette e affollate faceva andare fuori di testa. E a Melanie, per essere del tutto onesta, dava più fastidio dover condividere un compartimento del treno con altre cinque persone che l’interno di un intero aeroplano con circa duecento passeggeri. Era strano, d’accordo, ma tra le due opzioni prediligeva la seconda.
Si accese la spia che ordinava di allacciarsi le cinture, spegnere tutti gli apparecchi elettronici e, di conseguenza, prepararsi all’atterraggio. Melanie gettò un’occhiata al proprio cellulare e lo trovò diligentemente spento. Bene, pensò. Abbassare gli occhi a questo punto del viaggio mi fa venire la nausea, e almeno non devo stare a smanettare con il telefonino durante tutto l’atterraggio.
Appoggiò gli avambracci agli appositi braccioli posti a lato del sedile e chiuse gli occhi, inspirando ed espirando profondamente.
Accanto a lei stava seduto un tipo dall’aria annoiata, lineamenti asiatici e abiti costosi. Reggeva in mano un palmare e quando Melanie riaprì gli occhi per sogguardare i sedili adiacenti mentre iniziava la manovra di atterraggio lo stava ancora utilizzando. Melanie strabuzzò gli occhi, atterrita. Se l’aereo precipita per colpa tua, Jackie Chan, e per colpa di quel tuo stupido palmare, giuro che ti vengo a cercare all’inferno e ti faccio desiderare di non essere mai morto!
«Il pilota del volo 185 della US Airways vi invita a rimanere seduti con le cinture allacciate fino alla fine della manovra di atterraggio. È prevista una certa turbolenza a causa del banco di nuvole che sovrasta la città, e abbiamo qualche problema a contattare la torre di controllo. Ci saranno un po’ di scossoni, ma l’atterraggio avverrà ugualmente in tutta sicurezza» comunicò una voce che Melanie valutò essere troppo calma alla luce delle considerazioni appena espresse. Ci mancava solo questa, pensò la ragazza, e scrutando torvamente il palmare di Jackie Chan si domandò se fosse a causa di quello che il pilota faticava a mettersi in contatto con la torre di controllo.
L’aereo scendeva piuttosto rapidamente, e Melanie sentiva la forza di gravità attrarla prepotentemente in direzione del suolo. Ci schianteremo, rifletté in un attimo di disagio avvertendo un violento scossone e intravedendo le fitte nubi che circondavano il finestrino oltre il profilo scuro e concentrato di Jackie Chan.
Un altro tremito spaventoso, come se l’aereo tentasse di scrollarsi di dosso l’umidità che la nebbia gli stava depositando sopra. Melanie trattenne un gridolino, sussurrando tra sé e sé che andava tutto bene e che la prossima volta, accidenti, si sarebbe sorbita le infinite ore di treno che separavano Eglon da Portland piuttosto che salire di nuovo su uno di quei…
L’ala sinistra del volo 185 della US Airways, quella cioè che si poteva scorgere attraverso il finestrino della fila nella quale si trovavano Melanie e Jackie Chan, fu colpita all’improvviso da qualcosa ed esplose fragorosamente, facendo assumere all’aereo un assetto di caduta più o meno verticale che lo rese identico a una fenice in fiamme in procinto di precipitare in un pozzo nero di follia.

venerdì 7 novembre 2014

Programmazione

Buongiorno, mio Caro Lettore. Allora, che te ne pare? Hai letto il Prologo del nuovissimo romanzo a puntate Lacrime di Cenere? Spero che tu lo abbia trovato interessante. Naturalmente, il Prologo costituisce soltanto un'apertura: si inserisce in medias res nella vicenda, ma già dal Capitolo 1 del Volume 1 comincerò a raccontarti la storia completa dall'inizio, con ordine.
Il Capitolo 1 uscirà la prossima settimana, di venerdì, e sarà seguito per le nove settimane successive dagli altri nove Capitoli del Volume 1. La versione che pubblicherò qui su Scrivere Sotto la Luna, in ogni caso, sarà una versione ridotta: quella integrale verrà infatti raccolta nell'edizione eBook, presto disponibile per l'acquisto su Amazon al prezzo di soli 0,99 euro - meno di un caffè, se ci pensi.
Non ci saranno differenze nella trama tra versione ridotta e versione integrale: la storia rimarrà la stessa, ma nell'edizione a pagamento si presenterà più ricca, meglio delineata, con tutti gli elementi che fanno di un romanzo un vero e proprio viaggio da vivere e scoprire. L'eBook conterrà inoltre una Prefazione e un Commento dell'Autore appositamente scritti.
Appena avrò completato gli ultimi dettagli creerò anche una Pagina ufficiale per Lacrime di Cenere qui nel blog, dove inserirò di volta in volta i link per l'anteprima dei vari Capitoli e quelli per l'acquisto su Amazon degli eBook disponibili.
La versione ridotta, o anteprima se vogliamo, del Capitolo 1 uscirà dunque il prossimo venerdì, qui su Scrivere Sotto la Luna. Assieme ad essa verrà reso noto anche il titolo del Volume 1. Nel frattempo, lunedì ci aspetta la nuova versione revisionata dell'Episodio 6 de Le Anime di Eglon: La Battaglia.
A presto, mio Carissimo Lettore. Mi trovi sempre qui, su Scrivere Sotto la Luna, pronto a raccontarti altre storie. Ti aspetto.

lunedì 3 novembre 2014

Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 5

Gerald McGale si trovava in ufficio, la mattina del cinque settembre, a compilare una pila di polizze assicurative per conto di alcuni clienti che sarebbero passati in giornata a stipulare i contratti. Dovevano ancora accordarsi sugli ultimi dettagli, ma la catasta di documenti stampati che stava prendendo in esame apparteneva a quella categoria di clienti che gli avevano dato carta bianca, concedendogli ogni libertà di manovra, fiduciosi che li avrebbe consigliati oculatamente. Il mucchio più in là, invece, all’altro angolo della scrivania, era riservato ai contratti dei clienti più sospettosi, quelli che gli avevano mormorato, mentre gli stringevano la mano, che avrebbero controllato con accuratezza ogni singola clausola prima di apporre la propria firma. Non c’era bisogno di aggiungere che quest’ultimo cumulo di fotocopie era decisamente più voluminoso.
Gerald indossava il tipico completo dell’assicuratore, grigio, con scarpe nere. Aveva optato per una cravatta blu scuro, quella mattina, perché non gli andava di vestirsi colorato. Non era giornata. Si sentiva grigio, proprio come il completo che si era messo addosso, e non avvertiva assolutamente la necessità di associare a se stesso alcuna tonalità allegra. Non era allegro. Non era felice. E, in un certo senso, se si vestiva in questo modo la gente poteva capirlo e, magari, stare alla larga.
Non che Gerald fosse un uomo poco socievole. Solo che negli ultimi tempi si era un po’ lasciato andare, ecco. Colpa della solitudine che aleggiava nel suo appartamento, sempre così freddo e vuoto e angusto da far spavento. Colpa anche del suo lavoro, in fin dei conti. Un lavoro noioso al quale era stato sostanzialmente costretto dalle vicissitudini.
Quando era ragazzo neanche si sognava di prendere in considerazione il monotono mestiere dell’assicuratore. Voleva fare il programmatore di computer, ed entrare in qualche compagnia produttrice di antivirus per poter lavorare dietro uno schermo a fare la cosa che più gli piaceva. Invece adesso era obbligato a entrare ogni giorno nello stesso ufficio e sopportare gli stessi sguardi diffidenti di clienti preoccupati dall’idea di essere truffati. Doveva compilare pile su pile di polizze assicurative, elargire una miriade di sorrisi forzati e stringere un numero fortunatamente imprecisato di mani callose e sudaticce, che gli lasciavano un immancabile alone di umidità sulle dita, impossibile da scacciare.
Non ne poteva più. Doveva ammetterlo: era parecchio stanco della sua vita, del grigiore sfocato che lo circondava e della nitida presenza di un nodulo di depressione che gli si sviluppava nel cervello come un tumore in fase terminale. Era tutto troppo dannatamente ripetitivo.
Non vedeva luce nel proprio avvenire, né speranza. Poteva soltanto augurarsi che tutto finisse relativamente in fretta. Ed era questo ciò a cui pensava quando saliva sul tetto del suo palazzo, ogni sera, e guardava giù, ammirando il traffico che ronzava pigramente lungo i tappeti d’asfalto distribuiti per la città di Boston, contando i lumicini dei lampioni accesi, domandandosi chi ci fosse dietro quelle finestre illuminate che punteggiavano i grattacieli, chiedendosi se quelle persone, le cui ombre transitavano fugacemente oltre i vetri, fossero più felici di lui e interrogandosi sulle loro enigmatiche, impenetrabili esistenze che gli sarebbero rimaste ignote per sempre.
Si trovava per l’appunto in ufficio, la mattina del cinque settembre, e stava compilando la polizza assicurativa di un certo Gary Thompson, di cui non ricordava la fisionomia, quando entrò un uomo in abito scuro che andò a prendere posto sulla seggiola posizionata davanti alla sua scrivania, levandosi gli occhiali neri ed esibendo un distintivo dell’FBI.
«Devo porle una sola domanda, signor McGale» principiò con calma il nuovo arrivato, squadrandolo con attenzione.
«Mi dica» lo invitò a proseguire Gerald.
«Ci sta?» chiese l’uomo, senza perdere altro tempo, e Gerald McGale sorrise apertamente.

venerdì 31 ottobre 2014

Lacrime di Cenere - Prologo

Camminava da solo.
La strada era stretta. Deserta. Una fila di alberi la accompagnava sulla sinistra, le foglie che cadevano ad una ad una come lacrime d’autunno insanguinate. A destra un fosso poco profondo, con la superficie ricoperta da un’impalpabile pellicola di muschio verde.
Si fermò per un istante ad ascoltare. C’era un silenzio meraviglioso, che regnava incontrastato su quella strada. Sentirlo era piacevole. Era come un compagno di viaggio dalle poche parole. Uno di quelli che non si rifiutano mai al proprio fianco, specie quando il morale tende a scivolare sotto le suole delle scarpe.
Il sole splendeva in mezzo a un cielo completamente sgombro, quasi che i suoi raggi avessero fugato ogni residuo di nuvole. Il tepore sulla pelle era gradevole. L’aria si era fatta più calda, come se l’estate cercasse in ogni modo di rimettersi sul trono dal quale l’autunno l’aveva spodestata.
Assaporò ancora per un attimo quel grazioso ritaglio di quiete, cercando di fissarselo nella memoria quasi con forza, di seppellirlo da qualche parte, in qualche angolo di terra battuta dal quale potesse poi recuperarlo, come una capsula del tempo. Quindi riprese a camminare, e il suono dei suoi passi infranse nuovamente il silenzio.
Udì il cinguettio di un uccello. Lo cercò con lo sguardo fra i rami degli alberi alla sua sinistra, ma non riuscì a vederlo. Il suo sguardo spaziò sui campi che si stendevano a perdita d’occhio dietro i tronchi malaticci, infine ritornò sulla strada e si soffermò a studiarne le crepe.
L’asfalto era sbiadito, le strisce segnaletiche erano scomparse. Era una piccola stradicciola di campagna, abbandonata a se stessa da Dio solo sapeva quanto tempo.

lunedì 27 ottobre 2014

Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 4

«David, puoi venire qui un momento?»
«Arrivo, mamma» rispose il ragazzo lasciandosi cadere il taglierino nella spaziosa tasca del grembiule e dirigendosi verso le casse in fondo al supermercato.
«Puoi darmi il cambio un secondo? Devo andare a prendere altro denaro in cassaforte» gli sussurrò la madre nell’orecchio, e David annuì andandosi a posizionare dietro la cassa e rivolgendo un classico sorriso da bravo commesso (così lo definiva suo padre, il “sorriso da bravo commesso”) alla signora McField, che aveva letteralmente ricoperto il nastro trasportatore di scatolette di cibo per gatti.
«Buongiorno signora McField, come sta oggi?» domandò David mentre sua madre si allontanava di gran carriera, scoccando sorrisi e ammiccamenti a destra e a manca da brava proprietaria.
«Oh, molto bene, grazie David. E tu?» ripropose la signora McField, con quei capelli tutti grigi e impomatati e le rughe inefficacemente sepolte sotto uno spesso strato di fondotinta, che le lasciava un alone più chiaro di pelle naturale ai margini dell’ovale del viso.
«Non c’è male. Fa piuttosto caldo, e almeno qui dentro c’è l’aria condizionata» ironizzò David con una strizzatina d’occhio. A dirla tutta avrebbe preferito dover sopportare l’afa ed essere libero di uscire come i suoi amici, invece di stare lì a dare una mano a mamma e papà. In fondo, però, non aveva scelta. Se intendeva mettersi da parte un po’ di denaro prima che ricominciasse la scuola, le alternative si riducevano a una quantità schifosamente esigua.
«Grazie, David» lo salutò la donna sollevando a fatica la propria borsa della spesa e incamminandosi con lo scontrino in mano verso l’uscita del negozio.
«Grazie a lei signora McField, e arrivederci!» rispose cortesemente David, voltandosi verso la cliente successiva in fila alla cassa.
Si immobilizzò, pietrificato. Gabriella lo squadrò con un ampio sorriso e ridacchiò sommessamente, con un contegno che, in mancanza di una vena descrittiva più spiccata, David si sarebbe limitato a definire semplicemente regale. Eppure era così avvenente che nessuna sovrana avrebbe potuto eguagliarla. Il suo viso era perfetto, limpido e luminoso. I suoi capelli dorati erano raccolti in una coda di cavallo. Aveva gli occhi grandi e rotondi, di un blu così intenso da sembrare addirittura irreale, e la pelle liscia con un accenno di abbronzatura. Indossava una canottiera piuttosto sobria, con una scollatura magistrale che lasciava scorgere le spalline rosa del reggiseno, e una minigonna in jeans che nascondeva a malapena la metà delle sue belle cosce.
«Ciao, David» mormorò Gabriella Higgins radiosa. David deglutì a vuoto. Non si aspettava di trovarsela lì davanti, così, di punto in bianco. Aveva in mano una confezione da sei lattine di Pepsi e una tavoletta di cioccolato al latte. Le sue unghie erano limate e smaltate di fresco, rosa come le spalline del reggiseno che indossava. David dovette compiere uno sforzo immane per non perdere i sensi.
Gabriella gli piaceva. Era dalle elementari, a dire il vero, che gli piaceva. E non aveva mai avuto il coraggio di dirle nulla. Lei pareva saperlo già, ma non gli aveva mai rivolto la parola. E non si era mai trovato a doverla servire alla cassa, impreparato come in questo momento.
«Ho solo queste» gli disse mostrandogli con un cenno della mano la Pepsi e la tavoletta di cioccolato. Gli sorrise di nuovo, ma David la fissava imbambolato.
Fuori, al di là della vetrata, passò un furgone blindato nero, la targa scintillante. David stava per risponderle, quando ci fu un’esplosione. Il botto sordo della detonazione rimbombò all’interno del supermercato, e la gente incominciò a urlare.
Gabriella lasciò lì la sua Pepsi e la tavoletta di cioccolato e si precipitò fuori a vedere.
Veniva dal municipio, all’altro lato della strada. Una delle finestre era avviluppata dalle fiamme e rigurgitava nell’aria una nuvola di fumo scuro e denso come una colata di catrame.

lunedì 20 ottobre 2014

Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 3

«Bob, che ne dici di darmi una mano a cambiare il pannolino a tuo figlio?» lo richiamò all’ordine Dorothy scoccandogli un’occhiataccia di fuoco e indicandogli il neonato che si dibatteva sul fasciatoio, per metà avvolto da un asciugamano.
Bob McKinzey sospirò e si pizzicò la punta del naso, intanto che raggiungeva sua moglie Dorothy, le posava un bacio sulla guancia scostandole i bei capelli biondi da davanti e teneva fermo il piccolo James intenzionato a rifiutare caparbiamente ogni cura.
«Molto meglio» approvò Dorothy, e adesso che finalmente non correva più il rischio che il bimbo le rompesse il naso con una delle sue violente pedate finì di sciacquarlo, gli spalmò la crema e il talco e gli infilò un nuovo pannolino pulito.
«Ecco fatto, tutto bello e profumato» commentò Bob facendo il solletico al pancino del figlio e baciandolo sulla fronte. Dorothy rimase a fissarlo con le mani sui fianchi e ogni traccia di ostilità scomparve dal suo volto, sul quale affiorò invece un mezzo sorriso.
«Sei dolce, lo sai?» disse dopo un po’ la donna. Bob si volse a guardarla e vide che gli stava sorridendo con quei suoi bellissimi occhi azzurri e quelle sue labbra sottili e ben delineate. Le si avvicinò con espressione sognante e di nuovo le scostò i capelli dal viso, spostandoli con un dito e portandoglieli dietro l’orecchio, dove rimasero fermi dopo che Bob ebbe cominciato a farle scorrere i polpastrelli lungo la guancia, giù fino al mento, sulla pelle liscia e morbida del collo (e a questo punto Dorothy iniziò ad avere i brividi), scendendo ancora in direzione del seno, percorrendo le sue curve e i suoi fianchi, raggiungendo l’altezza della vita e intrufolandosi furtivamente sotto la maglietta, risalendo sulla superficie levigata della pancia, sfiorando il bordo di pizzo del reggiseno, indugiando un istante prima di cercare di infilarsi anche sotto quest’ultimo.
Con l’altro braccio la tirò a sé e la strinse, e non distolse gli occhi dai suoi finché le loro labbra non si furono incontrate, sperimentate e poi, finalmente, saldate assieme.
Tenendole una mano premuta contro il seno, a contatto con il calore della sua pelle soffice, e l’altra accostata al sedere, la spinse delicatamente in là fino a farle appoggiare la schiena al muro. Le lambì le labbra con la punta della lingua, inumidendole. Lei le aprì appena, lasciandole socchiuse, e aspettò di sentirlo invadere la sua bocca. Le loro lingue fecero conoscenza e si abbracciarono teneramente, sfidandosi e inseguendosi, cercandosi e trovandosi, finché non furono sazie.
«C’è il piccolo di là…» sussurrò Dorothy squadrandolo con aria maliziosa.
«Non ci sentirà» replicò fiducioso Bob. La prese per mano e la accompagnò in direzione delle scale, quando all’improvviso sentì bussare alla porta.
«Aspettavi qualcuno?» domandò Dorothy, mentre Bob le lasciava la mano e si avviava con seccata circospezione verso l’ingresso dell’abitazione.
«No.» Posò la mano sul pomello della porta e aprì, spazientito. Dorothy lo guardava dal primo gradino, e non si rese conto di nulla almeno per un po’, perché non ci fu alcun rumore. Avevano adoperato un silenziatore, e solo quando vide Bob stramazzare sul pavimento con una macchia di sangue scarlatto che si allargava sulla camicia, inzuppando il tessuto candido, realizzò in parte che cos’era accaduto.
Certo che era davvero curioso, avrebbero considerato alcuni poliziotti di Eglon quella sera dopo essere accorsi sul luogo del delitto, che alla vigilia dell’anniversario in memoria dell’undici settembre un agente dell’FBI armato di tutto punto venisse ammazzato a sangue freddo in casa propria…

giovedì 16 ottobre 2014

Importanti Novità

Buonasera, mio Carissimo Lettore. Oggi ti scrivo per annunciarti un paio di novità.
I mesi di ottobre e novembre porteranno con sé sorprese interessanti. Prima fra tutte, il nuovo romanzo a puntate Lacrime di Cenere, per il quale ho finalmente stabilito la data d'esordio ufficiale: venerdì 31 ottobre, la sera di Halloween.
Lacrime di Cenere verrà dunque pubblicato a partire dal 31 ottobre con il Prologo, cui seguiranno i primi Capitoli nelle settimane successive, uno ogni venerdì.
Il romanzo a puntate, però, avrà un'impostazione diversa dagli altri: sarà diviso in Volumi, ciascuno composto da una decina di Capitoli circa, e ogni volume, una volta completato, sarà disponibile per l'acquisto in edizione integrale al prezzo di 99 centesimi.
L'acquisto dei singoli Volumi di Lacrime di Cenere potrà essere effettuato su Amazon in formato ebook. Ho già intenzione di esportare anche altri progetti in un'edizione digitale per la vendita online, ma di quelli ti parlerò in un'altra occasione.
Non tutti i Volumi di Lacrime di Cenere, perciò, potranno essere letti gratuitamente su Scrivere Sotto la Luna: il Volume 1 sì, nella sua versione completa, e lo stesso vale per altri Volumi successivi che proseguiranno in maniera diretta la storia del protagonista del Volume 1, ma ad altri personaggi verranno dedicati singoli Volumi che saranno resi disponibili esclusivamente in formato digitale per l'acquisto su Amazon.
Ad ogni modo, i Volumi che saranno pubblicati gratuitamente in Capitoli nel blog, come il Volume 1, presenteranno alcuni contenuti extra nell'edizione a pagamento, tra cui una Prefazione e un Commento dell'Autore appositamente scritti.
Si tratta di un nuovo esperimento che ho deciso di avviare a partire dalla fine di questo mese, e presto ti terrò informato sugli sviluppi e sulla pubblicazione delle nuove edizioni a pagamento di alcuni altri progetti che mi auguro troverai interessanti.
Per oggi è tutto, mio Fedele Lettore. Ci risentiamo con il prossimo post, sempre qui, su Scrivere Sotto la Luna.
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