«Avanti, Joey. Sapevamo tutti quanti
che doveva andare a finire così, prima o poi. Adesso vieni fuori e getta la
spugna, su. Non vogliamo altro sangue. Ce n’è già stato fin troppo.»
Lo sceriffo Gordon Fillback parlava
con voce calma e misurata, avanzando adagio nella penombra del seminterrato con
la pistola spianata. Uno dei suoi uomini, di sopra, aspettava che l’ambulanza
arrivasse a prendere un collega ferito e un narcotrafficante morto. I suoi due
vice Krain e Corall, invece, erano lì sotto con lui, in quel corridoio freddo e
umido che si snodava apparentemente all’infinito un paio di metri più in basso
del pavimento della fabbrica.
Dopo aver lasciato giù le auto di
servizio all’ingresso del quartiere di periferia avevano proseguito a piedi
fino all’enorme complesso indicato loro dall’informatrice. Avevano varcato il
cancello aperto senza problemi e avevano raggiunto l’ampio salone principale
passando per il portone spalancato. Dentro, tra i bancali rigonfi di droga e di
armi, avevano individuato immediatamente Joey Goode intento a firmare un
documento accanto a una finestra impolverata. Con lui c’era un uomo dall’aria
sospetta che appena li aveva visti aveva sollevato la pistola già impugnata.
«Fermi, mani in alto!» aveva berciato
lo sceriffo, spianando la sua arma. Il primo colpo era indirizzato a lui, ma
l’aveva schivato nascondendosi dietro uno dei bancali. Poi era uscito allo
scoperto e con uno sparo preciso aveva centrato il narcotrafficante a una
spalla, disarmandolo.
Joey Goode aveva aperto il fuoco senza
indugio, posando la penna e imbracciando un fucile semiautomatico. Aveva preso
in pieno Ted, uno dei poliziotti che aveva accettato di seguire Gordon Fillback
in quell’impresa che sarebbe stata narrata su tutti i giornali della contea per
la settimana a venire, e Steve Corall rispondendo al fuoco aveva
accidentalmente beccato il petto del narcotrafficante, che era stramazzato al
suolo.
Joey si era riparato dietro alcuni
bancali e lo sceriffo aveva fatto segno ai suoi vice di accerchiarlo, ordinando
all’altro poliziotto che era con loro di andare ad assistere Ted e chiamare
immediatamente un’ambulanza.
Avevano seguito Joey dopo che aveva
imboccato la ripida gradinata che conduceva nei sotterranei della vecchia
fabbrica abbandonata e gli erano stati dietro per un bel pezzo, finché non era
sparito. Adesso, però, ce l’avevano in pugno: non gli restava più nessuna via
di scampo.
«Al contrario, caro sceriffo. Voi dovete gettare la spugna, prima che
finisca male» lo contraddisse la voce di Joey Goode, scaturendo da Dio solo
immaginava quale direzione.
Gordon Fillback ispezionò con lo
sguardo la metà oscura di corridoio che avanzava al di là delle sue
sopracciglia aggrottate, cercando di indovinare da quale delle varie aperture
laterali provenissero le parole di Joey.
«Sei in brutto guaio, Goode, e non
credo che tu te ne renda conto. Traffico illegale di droga e armi, con un
quantitativo del valore di un milione e mezzo di dollari, più che sufficiente a
metterti dentro per un bel po’. Per colpa tua sono morte decine e decine di
persone, in questa città, compresi molti dei miei poliziotti. Diamo la caccia
alla tua banda da undici anni. Ma adesso è finita. Sei al capolinea, Joey.»
«Ma è proprio dal capolinea che
l’autobus riparte per un altro giro» ribatté beffardamente il criminale,
comparendo dal nulla con un grosso fucile imbracciato. Dietro di lui, una
dozzina di uomini armati si fecero avanti, sprezzanti e pronti a tutto pur di
difendere il vigliacco che li stipendiava.
Mercenari
di Goode, pensò Gordon Fillback, e abbassò l’arma impotente, imitato dai
suoi vice.
«Adesso detto io le condizioni,
sceriffo. E ho giusto in mente un paio di commissioni per te. Ad esempio,
potresti cominciare facendo sparire quel carico di droga e armi che c’è di
sopra… Che cosa ne dici? Sei disposto a collaborare?»
Il ghigno sul volto di Joey Goode, in
quel momento, fu talmente largo e malefico da far rabbrividire i poliziotti che
lo tenevano sotto tiro.