Ci siamo quasi, mio Carissimo Lettore: il nuovo Volume di Lacrime di Cenere è in piena fase di stesura. Conto di riuscire a pubblicarlo molto presto; in ogni caso, appena sarà possibile ti farò sapere la data d'uscita esatta.
Nel frattempo, per ingannare l'attesa, ecco in esclusiva la copertina ufficiale di Lacrime di Cenere - Volume 3: Sangue d'Autunno.
lunedì 16 novembre 2015
lunedì 28 settembre 2015
Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 32
Una colonna di furgoncini blindati
neri passò per Neighbour Street a tutta velocità, oltrepassando Stan Payton,
che aspettava di attraversare la strada, e procedendo senza indugio verso Main
Street.
La città stava per sprofondare
un’altra volta nell’oscurità. L’energia elettrica era stata ripristinata
soltanto nei punti chiave di Eglon, grazie ad alcuni generatori arrivati con il
treno della settimana precedente. Così, l’ospedale e il supermercato dei
Goldbert erano illuminati ventiquattro ore su ventiquattro, mentre le strade,
subito dopo il tramonto, affondavano nelle tenebre più terrificanti che i
cittadini di Eglon avessero mai avuto modo di sperimentare.
La giornata era stata incredibilmente
densa di vicende importanti. Dopo l’assalto al ponte da parte dell’Esercito
degli Stati Uniti, con il conseguente fallimento dell’attacco e la ritirata dei
militari sotto i colpi dei mortai, era venuta l’ora delle esecuzioni.
Dei circa cinquanta soldati rimasti
intrappolati in città, sedici avevano gettato le armi e giurato fedeltà ai
ribelli, gli altri si erano fatti ammazzare e gettare nel fiume Arkansas. I sopravvissuti
erano stati scortati nei pressi di un incrocio lungo Main Street, dove le sette
unità speciali del Commando Alfa stavano per subire la pena di morte. Ma il comandante
di questi ultimi aveva barattato con un’informazione la salvezza dei compagni,
e alla fine era stato l’unico a venire giustiziato. Un ribelle aveva afferrato
le estremità della corda che gli chiudeva il cappuccio sulla testa e aveva tirato,
strangolando il militare. Poi Maschera Blu aveva dichiarato che i sei soldati
scelti sarebbero stati rinchiusi in altrettante celle di massima sicurezza, e
che anche i sedici soldati dell’esercito regolare avrebbero fatto la stessa
fine: non ci si poteva fidare alla cieca di persone che avevano rinnegato il
proprio Paese con tanta leggerezza, aveva spiegato, perciò era meglio saperli
dietro le sbarre.
Ripensando a tutte queste cose assieme,
al rumore degli spari che avevano lacerato il silenzio dell’alba e ai volti dei
soldati condannati a una prigionia senza prospettive, Stan si sentì rabbrividire.
Ma aveva una missione da compiere,
adesso, e doveva essere lucido. Quindi avrebbe fatto meglio a levarsi dalla testa
tutti questi pensieri e concentrarsi sull’obiettivo.
Mente
sveglia, cuore pronto, occhi spalancati. Dopo quest’operazione devo ritornare da Sarah, Michael e Christine.
Non posso permettermi di morire qui,
stanotte. Devo tornare da loro.
La sua famiglia non sapeva cosa stesse
facendo. Aveva detto a Robert che sarebbe uscito a prendere una boccata d’aria,
e l’uomo non aveva battuto ciglio. Dal suo sguardo si capiva che aveva intuito
le reali intenzioni di Stan, ma preferiva fingere di non sapere nulla. «Buona
fortuna» aveva sussurrato, e poi era rientrato in cucina per aiutare Sarah a
preparare la cena.
Stan attraversò la strada sulle
strisce pedonali, riuscendo a malapena a distinguere i profili dei lampioni,
delle panchine e dei cestini per le immondizie, nonché quelli degli edifici e
dei cartelli stradali. Era difficile muoversi a Eglon di notte, ultimamente.
Nonostante questo, da quando l’elettricità era scomparsa c’era più movimento.
Spacciatori, venditori di merce di contrabbando, gente curiosa che gironzolava con
le mani in tasca. Ribelli mascherati che se ne fregavano di queste persone e si
limitavano a controllare che l’ordine generale fosse comunque rispettato.
«Sono qui. Andiamo» annunciò sottovoce
ai tre uomini che lo aspettavano in fondo al marciapiede. Greg Donington, Brian
Jones e Jeremy Barton confermarono con un muto cenno d’assenso. Sollevarono il
braccio per avvisare il vicesceriffo Wieler e gli altri quattro poliziotti
dell’inizio dell’operazione. Infine, con molta calma, si avviarono verso il
palazzo buio nel quale Jeff Turner, poche sere prima, aveva visto entrare
alcuni rivoluzionari con delle casse piene di batterie.
lunedì 21 settembre 2015
Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 31
«E adesso, signore?» bisbigliò uno
degli ufficiali alle sue spalle. Ma il comandante Smith non lo sentì. I suoi
uomini erano agitati, si spostavano da un piede all’altro in attesa del suo
segnale. Lui, però, non riusciva ad aprire bocca. Non riusciva più a parlare.
Non sapeva che cosa dire, ma tutti quei soldati dipendevano da lui. Dalle
parole che sarebbero uscite attraverso le sue labbra nei prossimi istanti.
Un grosso blocco di cemento e asfalto
lacerato dall’esplosione si staccò dal mezzo metro di ponte rimasto prodigiosamente
appiccicato alla riva orientale del fiume. Il frammento di pietra precipitò al
rallentatore nella mente di Smith, compiendo nell’aria movimenti di pochi
centimetri alla volta. Finché alla fine non scomparve, rigettando nell’aria, come
unico segnale del proprio arrivo, il rumore del tonfo prodotto nel momento in
cui raggiunse il pelo dell’acqua e vi si immerse.
«Fuoco!» aveva appena urlato un
ribelle dall’altra parte del fiume, e la sua voce alterata da un megafono
investì i soldati dell’Esercito degli Stati Uniti come un’ondata di piena.
Ma ancora non erano incominciati gli
spari. Il nuvolone di fumo nero innalzatosi dall’esplosione del ponte era stato
disperso, spazzato via dal vento. Le urla degli uomini precipitati nel fiume assieme
ai resti del viadotto si erano spente in fretta. Adesso rimanevano il vuoto e
il silenzio a fare da cornice a quello scenario spietato, alla fotografia
scattata oltre quel tratto di barricata infranta. I militari americani, con le
armi impugnate e i volti scolpiti nella carne dalle mani del terrore, si stringevano
in un gruppo compatto e agitato, circondati da quella moltitudine di maschere
variopinte che li tenevano sotto tiro. I carri armati, immobili come moderne
statue totemiche di un’era macchiata di sangue, lasciavano presagire con la
loro sola presenza quello che sarebbe successo di lì a poco.
«Signore, che cosa dobbiamo fare?»
insistette l’ufficiale alle spalle del comandante Smith, la voce sempre più
fievole e incrinata.
Il capo dei ribelli aveva già berciato
il suo ordine, quel «Fuoco!» che
aveva spinto i soldati intrappolati sul suolo della città di Eglon a
richiudersi in un drappello più omogeneo. Ma erano poche decine di uomini
isolati e spaventati, messi di fronte a una moltitudine di bestie senza volto e
senza umanità che li avrebbero macellati alla stregua di sanguinolenti pezzi di
carne disossata. Nessuno aveva ancora premuto il grilletto, ma era questione di
qualche istante prima che l’esecuzione spruzzasse di sangue la corrente limpida
del fiume Arkansas.
Esitavano, e Smith non riusciva a
capire perché. I suoi uomini stavano immobili, le mitragliatrici spianate,
pronti a morire per quella pace e quella libertà che speravano di portare alla
città di Eglon, e che invece era stata affondata con le macerie del ponte
distrutto.
Ma, soprattutto, non riusciva a
capacitarsi di quello che era accaduto. Pareva che filasse tutto per il verso
giusto. Il Commando Alfa era penetrato in città e aveva fatto saltare
dall’interno un tratto della barricata. Il ponte era preso, il passaggio si
presentava libero, e non rimaneva che trasferire le truppe da un versante
all’altro e intraprendere le prime fasi di una lenta ma vittoriosa riconquista.
Che
cosa era andato storto, maledizione?
«Signore, attendiamo ordini. Dobbiamo
fare qualcosa… ritirarci, perlomeno»
perseverò l’ufficiale dietro di lui, che ancora non aveva udito alcuna risposta
da parte del superiore.
«Fuoco!»,
aveva urlato quel ribelle con il megafono. E i fucili non cantavano, le pistole
non gridavano, gli uomini non morivano. Che cosa stava capitando?
Un fischio acuto e penetrante,
sibilato da immense labbra screpolate, si impadronì dell’aria e del silenzio
con un abile colpo di mano, incenerendo ogni incertezza e trasformando l’attesa
e l’esitazione nella prospettiva di un bagno di morte.
Il cielo plumbeo, nuvoloso, che
scaricava la sua pioggia debole e irritante sulla città di Eglon, fu solcato da
un’infinità di profonde artigliate scure. E solo quando i mortai lanciarono il
secondo attacco il comandante Smith si riprese e ordinò bruscamente la ritirata.
lunedì 14 settembre 2015
Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 30
Le labbra dell’uomo si lasciano sfuggire
uno sbuffo di fumo che va a mescolarsi rapido con l’aria che respirano,
imbevendola di un odore acre e penetrante.
L’ultima sigaretta di un soldato prima
di scendere al fronte. Quella sigaretta che a ogni buon soldato è giusto
concedere, quando non sa se tornerà vivo per l’ora di cena. L’ultima sigaretta
della quiete che precede la tempesta, fumata con la consapevolezza del fatto
che potrebbe essere l’ultima in assoluto di un’intera esistenza.
Anche il vizio, tutto sommato, si
prende il suo spazio quando la morte incombe. In fondo, si potrebbe quasi dire
che ha il diritto di farlo. Si tratta di un rito puro e semplice, compiuto con
il massimo della freddezza e del distacco per allontanare il più a lungo
possibile il momento dello scontro. Quasi che il fumo che esce dalla sigaretta,
annebbiando la vista, possa nascondere il campo di battaglia ancora pulito. Un
campo di battaglia che, si sa, prima di sera diventerà una distesa di sangue e
resti umani.
È quasi l’alba, e i soldati fumano la
loro ultima sigaretta. Gli unici a non farlo in tutto il campo sono
probabilmente Tom Davis e il comandante Smith. Non si sentono fuori posto per
questo. Niente affatto. Non avvertono il peso della morte sulle proprie spalle,
e non percepiscono il bisogno di dire addio alla vita con quel piccolo gesto
d’umanità palpitante proprio di un corpo ancora caldo.
L’alba si avvicina, e la mattinata si
prospetta nuvolosa. Quasi sicuramente pioverà. Ma sarà una pioggerellina
leggera, sottile, che picchietterà debolmente sui tetti di Eglon e sugli
elmetti dei soldati. I soldati in marcia, quella distesa di uomini che fumano
la loro ultima sigaretta in attesa di imbracciare il fucile e correre a
conquistare la prima linea.
La battaglia sarà sanguinosa.
Finalmente, però, il morale degli uomini sembra essersi risollevato. D’altro
canto, sono tutti soldati: sono lì per combattere, non per passare le giornate
a fumare e giocare a carte in un accampamento poco lontano da casa. L’assedio è
terminato. Le alte sfere hanno dato l’okay: adesso è possibile attaccare. Anzi,
meglio ancora: adesso bisogna attaccare!
È il momento buono, non si può
sprecare un’occasione così propizia. Aprire una breccia nelle barricate di Eglon
e penetrare in città rappresenta la priorità assoluta della giornata. Poi il
conflitto si sposterà nelle strade, lungo i quartieri, dentro i palazzi e le
case. La parte più difficile sarà evitare di coinvolgere i civili, ma lo stesso
Presidente ha ammesso che il costo di vite umane già pagato è fin troppo alto
per sopportare ancora. È necessario agire, ora, anche con il rischio di
sacrificarne pochi per il bene di molti.
Il discorso tenuto dal Segretario
della Difesa pochi minuti prima, via radio, è stato ascoltato con trasporto
dalle truppe. Le parole chiave sono state brevi e concise: proteggere i civili,
eliminare i ribelli, riprendere la città. L’obiettivo è uno e uno soltanto,
dall’inizio alla fine delle operazioni militari: liberare Eglon dalla presenza
dei rivoluzionari, per assicurare pace e sicurezza rinnovate a una popolazione
che ha dovuto subire fin troppe atrocità.
«Soldati» parla finalmente il
comandante Smith, vedendo che quasi tutte le sigarette sono ormai state esaurite.
Gli uomini si radunano rapidamente attorno al loro superiore e si pongono in
ascolto, muti e tesi. «Soldati. È tempo di combattere. Ci è stato ordinato
direttamente dal Presidente degli Stati Uniti di riprenderci questa città
americana in suolo americano, una città in cui vivono i nostri fratelli e le
nostre sorelle, nostri connazionali che hanno piena fiducia in noi. Oggi
dobbiamo essere baluardo della loro salvezza, realizzazione della loro
speranza, vessillo della loro libertà! Siete soldati dell’Esercito degli Stati
Uniti d’America: non dimenticatelo mai, soprattutto quando vi troverete a dover
lottare lungo quelle strade per garantire la sopravvivenza vostra o dei vostri
concittadini. Siate uomini d’onore, uomini di coraggio. Siate le stelle e le
strisce sulla bandiera della libertà! E se darete il massimo di voi stessi,
questa notte ci addormenteremo sereni tra le case di Eglon!»
lunedì 7 settembre 2015
Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 29
«William…» biascicò il comandante
Smith varcando la soglia della tenda. Il suo vice stava sdraiato per terra e due
paramedici gli si affaccendavano attorno. Rivolse al comandante un mezzo sorriso
amaro e strinse i denti per sopportare il dolore. Gli stavano ricucendo una
profonda lacerazione sulla gamba, e Smith pensò che dovesse fare un male
d’inferno.
«Sono tutti morti, signore. Tutti
tranne il soldato Davis. È riuscito a tornare e fare rapporto?» pigolò Gray,
visibilmente sofferente.
«Sì, Tom è tornato. Mi ha già
raccontato tutto. Come sei riuscito a fuggire dalla fattoria dei Gallagher?»
volle sapere Smith, terribilmente preoccupato.
Quando Tom Davis gli aveva riferito
quello che era successo, aveva creduto che il suo vice fosse morto. Gli dispiaceva
di aver perduto William Gray, perché era un uomo leale, uno che sapeva il fatto
suo. Senza di lui l’assedio alla città di Eglon sarebbe stato insostenibile.
Invece, adesso, eccolo qui. Un po’ ammaccato, ma ancora vivo. A poche ore dal
fallimento della missione, William Gray era riuscito a ritornare tutto intero
al campo.
«Quando ho visto che la situazione si
metteva male, e che tutti i miei uomini erano morti, mi sono fiondato in mezzo
ai campi e ho cominciato a correre come non ho mai corso prima in vita mia. Non
sapevo in che direzione stavo andando, mi sono limitato a continuare a correre.
«Dietro di me sentivo le raffiche degli
spari farsi sempre più fievoli. Eppure, allo stesso tempo, ero certo che mi
stessero inseguendo. Sapevo che non mi avrebbero lasciato andare così, senza perlomeno
tentare di acciuffarmi.
«E poi, sapevo che il soldato Davis si
trovava ancora all’interno della camionetta. Attirando la loro attenzione su di
me, potevo permettergli di fuggire. Così, prima di sparire in mezzo ai campi,
ho scaricato alle mie spalle la pistola d’ordinanza. Credo di averne beccato
uno, prima di gettare a terra la pistola e pensare solo a correre. Ma non ne
sono del tutto sicuro. Magari, è stata solo un’impressione.
«Ho continuato a correre per almeno
due ore, anche se i muscoli delle gambe strillavano pietà, anche se l’aria
faticava a entrarmi nei polmoni. Il rumore degli spari si è esaurito dopo
mezz’ora, ma io ho continuato a correre. Perché sapevo che mi stavano
inseguendo. Sapevo che mi avrebbero dato la caccia, questo era inevitabile.
«Ho raggiunto una fattoria al calar
del sole. Non so a chi appartenesse, ma mi ci sono infilato dentro e ho trovato
il soggiorno imbrattato di sangue. Erano passati di lì. E ci stavano ritornando
per prendermi. Io non avevo più la mia pistola, e tutte le armi di riserva si
trovavano nella camionetta. Ma avrei venduto cara la pelle. Sissignore, non mi
sarei fatto prendere tanto facilmente.
«Mi sono nascosto dietro la porta
d’ingresso e ho aspettato, con il coltello stretto nella mano. Loro sono
arrivati dieci minuti dopo, a bordo di un furgone. Sono scesi in quattro e si
sono sparpagliati per scovarmi e catturarmi. Il primo è entrato dalla porta
principale: gli ho lasciato il tempo di superare la soglia e poi gli ho
infilato il coltello nel collo. Aveva addosso una maschera.
«Avrei potuto aspettarli e farli fuori
uno a uno, ma era troppo rischioso. Ho preso la pistola del ribelle morto e
sono partito di corsa, cercando di orientarmi alla bell’e meglio con le stelle.
Ma uno di quei bastardi mi ha visto ed è partito all’inseguimento. Ha sparato e
mi ha preso la spalla. Il tempo di voltarmi e mi era addosso, ha sfoderato un
coltello e me l’ha piantato nella gamba. L’ho buttato a terra e gli ho
sottratto il coltello. Sono stato più veloce e preciso di lui, e gliel’ho
conficcato nel petto. Poi l’ho lasciato lì e mi sono costretto a zoppicare fino
al campo.»
«Adesso il vicecomandante deve
riposare, signore…» lo avvisò uno dei dottori, iniettando del sonnifero nel
braccio di Gray, il quale chiuse gli occhi e sprofondò in un sonno inquieto.
«Per quanto tempo dovrà stare a
letto?» s’informò il comandante Smith, abbattuto.
«Non saprei dire, signore. Sembra sia
stato lacerato soltanto un muscolo, ma dobbiamo ancora capire l’entità del
danno. Forse non si potrà muovere per un po’.»
Il comandante Smith annuì gravemente e
uscì dalla tenda del suo vice, sospirando.
lunedì 31 agosto 2015
Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 28
Stan Payton uscì all’aperto per
prendere una boccata d’aria e squadrò rapidamente i contorni scuri del
quartiere, passando in rassegna i profili degli edifici bui e proseguendo nelle
tenebre, fino al punto in cui Main Street scompariva in un oceano nero sul
quale sarebbe stato impossibile navigare.
Era tutto calmo, lì fuori. Come se il
mondo fosse finito e lui fosse precipitato in una bizzarra realtà post-apocalittica.
L’aria era rarefatta, immobile, gli unici rumori percepibili erano i fruscii di
movimenti poco sospetti che provenivano da lontano. Non dovevano essere
automobili, valutò Stan, perché di benzina non ce n’era più. E probabilmente
non erano neppure fontane, perché l’acquedotto non portava più acqua a Eglon, e
nemmeno il ronzio dei lampioni, perché l’erogazione di elettricità era stata
bruscamente interrotta. Per tutti questi motivi, quei fruscii non parevano
essere provocati da esseri umani; il che rendeva l’ambiente ancora più morto e
desolato agli occhi di Stan.
Respirò profondamente e sondò ancora
una volta lo scenario circostante. Ci dovevano essere sicuramente delle
persone, lì da qualche parte. I rivoluzionari, per esempio, che ogni notte
pattugliavano scrupolosamente le strade. Oppure qualche cittadino uscito a
fumare o a portare a spasso il cane. Era impossibile che lui fosse l’unico
fuori casa, in una città di quarantamila abitanti!
Sospirò e lasciò perdere. La pistola
gli premeva ancora contro il fianco, implacabile, come un tizzone rovente
infilato nella tasca dei pantaloni. Non poteva gridare. Non poteva buttare
fuori tutta la tensione che si era accumulata dentro di lui in quelle ultime
ore, perché altrimenti sarebbe successo il finimondo. Nessuno doveva sapere che
quella pistola era ancora nascosta nei suoi pantaloni. Perché se i ribelli lo
avessero saputo… anzi no, meglio ancora, se Sarah
lo avesse saputo, allora lui avrebbe dovuto incominciare a temere seriamente per la propria incolumità.
Erano andati tutti a dormire, ma
malgrado la stanchezza Stan non era ancora riuscito a prendere sonno. Forse
perché il rapporto tra lui e il suo vecchio divano non si era ancora ricucito a
sufficienza. Più probabilmente perché aveva un sacco di cose per la testa a cui
pensare, prima fra tutte la riunione di quella mattina nel covo segreto di Joey
Goode. Gli elementi più importanti della controrivoluzione si trovavano là
dentro con lui, in quell’occasione, e aveva avuto modo di conoscerli, di
studiarli e di scegliere da quale parte stare. Ma la situazione non era delle
più felici, e Stan se ne rendeva conto. C’era mancato poco che non scoppiasse
una guerra civile in scala ridotta, all’interno di quel salone: era una fortuna
che nessuno fosse passato alle mani, e che la soluzione finale fosse stata
individuata in maniera pacifica.
Adesso, la chiave di tutta
l’operazione era riuscire a localizzare uno dei jammer di cui aveva parlato
quella mattina. Sperava di non sbagliarsi. Sperava che Robert sapesse il fatto
suo, e che i loro nuovi amici poliziotti non passassero dei guai per colpa di
una supposizione infondata. Ma, d’altro canto, a questo punto occorreva
rischiare. Non c’erano garanzie di vittoria, ma la posta in gioco era davvero
alta e bisognava agire al meglio. Le sorti di Eglon e dei suoi abitanti
dipendevano da un pugno di uomini e da un’idea. Sperava con tutto il cuore che
l’intuizione si rivelasse esatta.
Un fruscio più forte degli altri, alla
sua destra, crebbe improvvisamente d’intensità. Stan girò la testa in quella
direzione e intravide nell’oscurità la sagoma nera di una vettura che procedeva
con i fari spenti. L’automobile lo superò piano e tutto d’un tratto si bloccò
in mezzo alla strada. La portiera del passeggero si aprì e il vicesceriffo
Steve Corall buttò fuori un’occhiata per accertarsi che la zona fosse pulita.
Jeff Turner si affrettò a compiere una manovra di parcheggio sbrigativa e scese
assieme al poliziotto, incamminandosi verso Stan che li guardava avanzare con
il cuore in gola.
lunedì 24 agosto 2015
Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 27
«Hanno caricato i furgoni con le
casse, ma non li hanno fatti partire subito. Sono ancora là, spenti, in attesa
di un qualche segnale. Forse vogliono aspettare che sia notte fonda per
smistare tutte quelle batterie. Non sono riuscita a scoprire quali siano le
loro destinazioni, ma dalla segretezza delle operazioni posso affermare con
certezza che si tratta di un affare piuttosto importante» concluse Emily, terminando
la sua narrazione con un seducente sorriso d’importanza.
«Ben fatto. Davvero brava, Emily» si
complimentò Joey con sincerità, accendendole la sigaretta che si era appena
portata alle labbra. «Mi avevano già detto del cibo, del carburante e dei
medicinali, ma di quelle batterie non sapevo davvero nulla. È un’informazione
piuttosto preziosa.»
«Lieta di avertela fornita» rispose
tranquillamente Emily, osservandolo e sentendosi stranamente a proprio agio.
Ormai aveva capito che Joey Goode non era un uomo che si sarebbe potuto
definire perbene, ma non le
importava. Che fosse un criminale, uno spacciatore oppure un contrabbandiere,
Joey Goode per lei era innanzitutto un uomo elegante e gentile, e tutto il
resto, messo a confronto con questa verità, perdeva immancabilmente di
significato.
«Steve, ho bisogno di una mano!» tuonò
Joey, e il vicesceriffo Corall comparve sulla soglia del salottino come un cane
fedele attirato da un osso o, meglio ancora, da un biscotto.
«Ci sono. Dimmi tutto.»
«Raggiungi Jeff Turner e andate con la
sua auto nei pressi della stazione ferroviaria. Ho bisogno che seguiate uno dei
furgoncini blindati che usciranno di lì durante la notte e che mi diciate con esattezza
dove si va a fermare e in quali punti della città distribuisce il carico.»
«Un carico di armi?»
«No. Qualcosa di molto più utile,
suppongo. Qualcosa che tengono molto in considerazione, dunque è meglio
scoprire dove va a finire. Mi raccomando: non fatevi beccare.»
«Senz’altro» confermò il vicesceriffo,
e abbandonò in fretta il salottino per sparire in direzione dei garage.
«A cosa pensi che servano quelle
batterie?» volle sapere Emily, soffiando fuori fumo attraverso le labbra
bagnate di rossetto. Il suo viso illuminato dalle candele era davvero bello,
considerò Joey guardandola. Tutto sommato, la totale assenza di energia
elettrica non era poi così male. Il viso di Emily Cooper appariva molto più
sensuale quando veniva rischiarato soltanto dalle fiammelle tremolanti delle
candele, e di questo doveva essere grato all’Esercito e alla compagnia
elettrica che si erano messi d’accordo per far precipitare nel buio l’intera
Eglon.
«Non ne ho la minima idea. Di’ un po’,
bella… Hai un ragazzo, fuori di qui?» le chiese direttamente, senza tanti giri
di parole.
Emily arrossì e distolse lo sguardo
per un secondo, schiacciando il mozzicone di sigaretta sul posacenere e
rialzando gli occhi dopo un attimo di esitazione. «Ce l’avevo. Ma adesso mi sa che
sono di nuovo libera.»
«Interessante» mormorò Joey,
sorridendole. «Allora immagino che non gli dispiacerà…»
«Di che cosa?»
«Di questo.» E senza aggiungere altro
le si avvicinò e la baciò, posando le proprie labbra sulle sue e cercando senza
indugio la sua lingua per provarne il sapore. Inutile dire che la trovò assolutamente
squisita.
lunedì 17 agosto 2015
Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 26
«Dove vai, vecchio?» gli chiese Terry
McCallister vedendolo avvicinarsi alla porta. Terry se ne stava seduto in
cucina, vicino alla finestra che dava sul giardino, a fumare in silenzio. Sonny
non aveva idea di dove si fosse procurato quelle sigarette, ma di sicuro ne doveva
avere parecchie, perché se ne faceva fuori almeno sei al giorno. Non sapeva
molto sul conto del padrone di casa, realizzò in quel momento, mentre stava per
oltrepassare la soglia e uscire. Ma, d’altro canto, poco importava. Se non
fosse stato per Terry, il buon vecchio Sonny sarebbe morto già da un pezzo.
«Vado a trovare un amico» rispose
Sonny, come se si trattasse di una faccenda banale. Come se andare a trovare un
amico, in una città ridotta nelle condizioni in cui versava Eglon, fosse
un’azione ancora normale.
«Cerca di tornare prima che scatti il
coprifuoco.»
«Quale coprifuoco?» sghignazzò Sonny,
e uscì di casa chiudendosi la porta alle spalle.
Chissà
come se la cava quel buono a nulla di Terence, pensò Sonny mentre
attraversava il cortile della casa di Terry e si allontanava imboccando il
marciapiede. Terence Duke era forse il figlio di buona donna più coriaceo e
testardo che Sonny avesse mai conosciuto. Aveva fatto il poliziotto per oltre
trent’anni, in servizio permanente a Eglon, e conosceva la città probabilmente
meglio di chiunque altro, sindaco, sceriffo o contrabbandiere che fosse. Se
c’era qualcuno che sapeva come uscire da quello schifo di situazione,
quell’uomo era sicuramente Terence Duke. Ed era proprio a lui che Sonny intendeva
rivolgersi, adesso, per chiedere consiglio su come muoversi.
Aveva trascorso fin troppi giorni
nell’inattività, chiuso nella casa di Terry a respirare il fumo micidiale
esalato dalle sue sigarette. Era ora di darsi un po’ da fare, di svegliarsi
fuori. Si sentiva stanco, sconfitto e sfiduciato, e queste sensazioni tutte
insieme non gli piacevano per niente. Aveva bisogno di riscattarsi, e l’unica
cosa da fare era mettersi al lavoro per porre fine a quel disastro.
Che
cosa potrà mai fare un vecchio contro tutta quella gente incazzata? Poco o
niente, si rispose automaticamente. Ma quando avesse recuperato anche Terence
allora sarebbero stati in due vecchi,
e forse avrebbero potuto fare qualcosina di più.
Con questi propositi in testa, Sonny
Dangerwood evitò accuratamente di passare per l’angolo della strada sorvegliato
da un ribelle con un mitra imbracciato e deviò verso un’altra direzione, raggiungendo
qualche minuto più tardi la facciata dell’abitazione di Terence Duke.
La porta era aperta, e il dettaglio
fece saltare subito il cuore in gola a Sonny. Non era normale che la porta di
Terence fosse aperta, perché l’ex poliziotto era sempre stato un maniaco della
sicurezza e non avrebbe mai
(e
sottolineo mai)
lasciato aperta la porta di casa, nemmeno se si fosse
piazzato appena al di là dell’uscio con un fucile in mano.
Si avvicinò con circospezione
all’entrata, guardandosi attorno per controllare che nessuno lo spiasse. Lanciò
un’occhiata alla cucina dalla finestra, ma non intravide nulla di anomalo. Si
diresse verso la soglia d’ingresso, preparandosi a scappare.
«Terence, sei in casa?» domandò, a
voce abbastanza alta. Attese una risposta che non arrivò. Quando fu stufo di
aspettare, spinse leggermente la porta per entrare e si bloccò sul gradino
d’accesso, sconvolto dall’immagine del vecchio amico riverso sulla moquette
lorda di sangue con il petto bucherellato.
domenica 12 luglio 2015
Japanimando, numero 49
Buongiorno, mio Carissimo Lettore!
Oggi ti scrivo per farti sapere che nel nuovo numero di "JAPANIMANDO", webzine gratuita che si occupa di fantastico (fantasy, fantascienza e horror in tutte le loro sfaccettature), le pagine 14-15-16 sono interamente dedicate a me, a Scrivere Sotto la Luna e ai suoi progetti, nonché alla serie Lacrime di Cenere e al nuovo racconto La danza dei morti.
Puoi scaricare l'intero numero della webzine (numero 49) a questo link, gratuitamente: JAPANIMANDO 2015-2016.
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