Correva nelle tenebre. Anzi, meglio: fuggiva nelle tenebre, e le sue gambe
erano pale di un mulino a vento che guizzavano nell’aria sopra l’infinita
campagna olandese.
Tutto ciò che rimaneva di lui, adesso,
era quel paio di gambe che correvano a perdifiato nel buio. I suoi passi
giungevano attutiti, ovattati alle sue orecchie. Il contatto delle suole con
l’asfalto era smorzato da qualcosa che non riusciva a individuare. Però… Era
qualcosa, e questo è quanto.
La confusione che l’immagine di quel
mulino sullo sfondo gli suscitava era a dir poco dolorosa. Dolorosa? Sì,
avanti, diciamo pure dolorosa. Anche se… No dai, andava bene. Andava bene così,
e Gary Hullman non avrebbe saputo spiegare con un aggettivo migliore le proprie
sensazioni.
Le sue gambe continuavano a correre
nelle tenebre, a fuggire, e i suoi passi e il suo respiro affannato giungevano
da lontano, come se fossero rumori separati e distanti dal suo corpo. Il che
era impossibile, giusto? Eppure lo percepiva, e quello che avvertiva dentro di
sé era innegabile. Come poteva d’altronde giustificare il contrario di ciò che
sentiva, se lo sentiva?
Più
confusi di così non si può essere, valutò tra sé e sé senza smettere di
correre né rallentare l’andatura. Main Street era ai suoi piedi, si srotolava
sotto i suoi
(piedi
di pietra)
piedi, e lui non si sarebbe fermato finché le luci del
giorno non si fossero svelate ai suoi occhi confusi e cerchiati di oscurità.
«Sono Rapidoman, e sto volando sulla strada a velocità spaventosa sulla
mia motocicletta fatta di burro fuso! Prova a prendermi, se ci riesci, Uomo
Nero!» strillò con un tono di voce paurosamente acuto, per certi versi quasi
femminile.
Scoppiò a ridere e subito smise, perché
di nuovo fu ipnotizzato dal movimento ipnotico che le sue gambe producevano
mulinando nelle tenebre in una folle fuga
(corsa)
dalle ombre della sua fantasia
(l’Uomo
Nero)
che lo inseguivano senza pietà.
La sedia sulla quale si trovava finì
pericolosamente in bilico sulle due gambe posteriori, si sbilanciò e cadde
all’indietro, producendo un sonoro schiocco sul pavimento di linoleum della
cucina accompagnato dalle risate di Gary.
L’acido che si era sparato quella sera
era più forte di quelli che usava di solito, ma lui non se ne rendeva nemmeno
conto. Tutto ciò che gli importava, in quel momento, erano le sue gambe che
come un mulino a vento cercavano di scappare dall’aria ma non ci riuscivano,
condannate per l’eternità a farsi afferrare dalla loro nemica e a farsi
sbattere di qua e di là come delle puttane.
L’Uomo Nero provava una certa pena per
lui, nel profondo del suo animo dilaniato. Ma in superficie, per dirla tutta,
lo disprezzava intensamente e lo trovava sfacciatamente patetico.
«Vediamo quanto corri veloce, Rapidoman, con un pallino di piombo nel
cervello…» sussurrò l’Uomo Nero appoggiando la canna della pistola sulla fronte
imperlata di sudore di Gary Hullman, in mezzo a quegli occhi arrossati e lucidi
in cui le pupille erano diventate grosse come fori di proiettile.
Gary esplose in una fragorosa risata,
l’ultima della sua miserabile esistenza. «Bye bye baby» canticchiò l’Uomo Nero,
e premendo il grilletto si ritrovò la maschera schizzata di sangue fresco.













