La facciata di una piccola villetta a
schiera prefabbricata, placidamente distesa sotto un sole cocente,
biancheggiava lungo la via principale di una qualunque sonnolenta cittadina
americana. In alto, al centro del cielo, lo spettro della luna si spostava
pigramente, senza troppa fretta, con la sua candida trasparenza che lo faceva
apparire morto, rischiarato com’era dalla luce del giorno.
L’inizio di una mattinata qualunque,
di un qualunque sabato di agosto. Davanti alla facciata della villetta a
schiera transitò lentamente una ragazza in bicicletta, con addosso degli shorts
e una maglietta verde della tonalità che quell’anno andava tanto di moda. Si
dileguò transitando da sinistra verso destra, e uscì dall’inquadratura.
Un venticello leggero scuoteva fiaccamente
le foglie e i rami del grosso albero che si innalzava a lato del modesto
rettangolo di prato ben curato antistante la villetta a schiera. Era uno di
quei venti inconsistenti che tentano di rendere più sopportabile l’afa delle
mattinate d’agosto, senza tuttavia esserne capaci. Ad ogni modo, bisognava pure
riconoscergli un qualche merito: stava a poco a poco sospingendo via l’umidità,
e i meteorologi avevano previsto che per quella sera avrebbe portato con sé un
temporale di proporzioni ragguardevoli che avrebbe in qualche modo lenito le
pene dei cittadini sprovvisti di climatizzatore.
Un ragazzo che non poteva avere più di
una ventina d’anni percorse tranquillamente il vialetto d’ingresso che si
inoltrava nel rettangolo di prato ben curato, lo imboccò e proseguì fino a
scomparire, pochi istanti dopo, oltre la soglia.
L’interno della villetta era avvolto
in una gradevole penombra. Il ragazzo dovette impiegare qualche secondo per
abituare la vista alla differente qualità di luce, dopodiché si avviò in direzione
delle scale e salì al primo piano, entrando nel fresco chiaroscuro di una
camera da letto e gettando sopra le coperte disfatte lo zainetto che portava
sulle spalle.
Si sedette sulla poltrona accanto alla
scrivania, afferrò senza indugio il computer portatile che giaceva abbandonato
sul ripiano di legno e sollevò lo schermo. Inserì la password per avere accesso
al sistema operativo, quindi cercò una connessione wireless alla quale
aggrapparsi. La trovò immediatamente disponibile ed effettuò la connessione
digitando il proprio codice personale. Avviò il browser di navigazione internet
Firefox ed entrò nel suo profilo Facebook.
Scrisse rapidamente il testo del
messaggio sul quale aveva rimuginato per un’intera settimana. Esitò ancora per
qualche istante, prima di inviarlo, e sospirò con aria meditabonda. Il suo viso
era nascosto dall’ombra delle tapparelle. Soltanto le sue mani erano illuminate
dal bagliore digitale dello schermo. Ma se la sua espressione fosse stata
visibile, si sarebbe dimostrata ansiosa.
Alla fine pigiò su INVIA MESSAGGIO, e il testo che aveva appena
scritto partì.
Fece per richiudere il computer,
abbassando lo schermo sulla tastiera, quando un trillo richiamò la sua
attenzione sulla pagina Facebook aperta:
un contatto.
Il cuore cominciò a battergli forte. Spostò
la freccetta sul nome del contatto per accedere alle sue informazioni
personali, quando lo stesso scampanellio di poco prima segnalò l’aggiunta di un
secondo contatto. Poi ne arrivò un terzo. Un quarto. Un quinto, assieme al sesto
e al settimo. E, tutt’a un tratto, le casse incorporate del computer portatile
iniziarono a vomitare squilli e brontolii, e il numero dei contatti prese a
salire vertiginosamente, lievitando ed espandendosi più velocemente dello
scorrere dei secondi.
La bocca del ragazzo, l’unica parte
del suo volto ora fiocamente rischiarata dal bagliore dello schermo, si distese
in un sorriso gelido che più che un moto di soddisfazione sembrava un freddo
ghigno calcolatore.
Rilesse il titolo del suo breve
messaggio di testo. A grandi lettere, in grassetto, riportava semplicemente due
parole: CODICE RIVOLUZIONE.







