Gerald McGale si trovava in ufficio,
la mattina del cinque settembre, a compilare una pila di polizze assicurative
per conto di alcuni clienti che sarebbero passati in giornata a stipulare i
contratti. Dovevano ancora accordarsi sugli ultimi dettagli, ma la catasta di
documenti stampati che stava prendendo in esame apparteneva a quella categoria
di clienti che gli avevano dato carta bianca, concedendogli ogni libertà di
manovra, fiduciosi che li avrebbe consigliati oculatamente. Il mucchio più in
là, invece, all’altro angolo della scrivania, era riservato ai contratti dei
clienti più sospettosi, quelli che gli avevano mormorato, mentre gli
stringevano la mano, che avrebbero controllato con accuratezza ogni singola
clausola prima di apporre la propria firma. Non c’era bisogno di aggiungere che
quest’ultimo cumulo di fotocopie era decisamente più voluminoso.
Gerald indossava il tipico completo
dell’assicuratore, grigio, con scarpe nere. Aveva optato per una cravatta blu
scuro, quella mattina, perché non gli andava di vestirsi colorato. Non era
giornata. Si sentiva grigio, proprio come il completo che si era messo addosso,
e non avvertiva assolutamente la necessità di associare a se stesso alcuna
tonalità allegra. Non era allegro. Non era felice. E, in un certo senso, se si
vestiva in questo modo la gente poteva capirlo e, magari, stare alla larga.
Non che Gerald fosse un uomo poco
socievole. Solo che negli ultimi tempi si era un po’ lasciato andare, ecco.
Colpa della solitudine che aleggiava nel suo appartamento, sempre così freddo e
vuoto e angusto da far spavento. Colpa anche del suo lavoro, in fin dei conti.
Un lavoro noioso al quale era stato sostanzialmente costretto dalle vicissitudini.
Quando era ragazzo neanche si sognava
di prendere in considerazione il monotono mestiere dell’assicuratore. Voleva
fare il programmatore di computer, ed entrare in qualche compagnia produttrice
di antivirus per poter lavorare dietro uno schermo a fare la cosa che più gli
piaceva. Invece adesso era obbligato a entrare ogni giorno nello stesso ufficio
e sopportare gli stessi sguardi diffidenti di clienti preoccupati dall’idea di
essere truffati. Doveva compilare pile su pile di polizze assicurative,
elargire una miriade di sorrisi forzati e stringere un numero fortunatamente
imprecisato di mani callose e sudaticce, che gli lasciavano un immancabile alone
di umidità sulle dita, impossibile da scacciare.
Non ne poteva più. Doveva ammetterlo:
era parecchio stanco della sua vita, del grigiore sfocato che lo circondava e
della nitida presenza di un nodulo di depressione che gli si sviluppava nel cervello
come un tumore in fase terminale. Era tutto troppo dannatamente ripetitivo.
Non vedeva luce nel proprio avvenire,
né speranza. Poteva soltanto augurarsi che tutto finisse relativamente in fretta.
Ed era questo ciò a cui pensava quando saliva sul tetto del suo palazzo, ogni
sera, e guardava giù, ammirando il traffico che ronzava pigramente lungo i tappeti
d’asfalto distribuiti per la città di Boston, contando i lumicini dei lampioni
accesi, domandandosi chi ci fosse dietro quelle finestre illuminate che
punteggiavano i grattacieli, chiedendosi se quelle persone, le cui ombre
transitavano fugacemente oltre i vetri, fossero più felici di lui e
interrogandosi sulle loro enigmatiche, impenetrabili esistenze che gli
sarebbero rimaste ignote per sempre.
Si trovava per l’appunto in ufficio,
la mattina del cinque settembre, e stava compilando la polizza assicurativa di
un certo Gary Thompson, di cui non ricordava la fisionomia, quando entrò un
uomo in abito scuro che andò a prendere posto sulla seggiola posizionata
davanti alla sua scrivania, levandosi gli occhiali neri ed esibendo un
distintivo dell’FBI.
«Devo porle una sola domanda, signor
McGale» principiò con calma il nuovo arrivato, squadrandolo con attenzione.
«Mi dica» lo invitò a proseguire
Gerald.
«Ci sta?» chiese l’uomo, senza perdere
altro tempo, e Gerald McGale sorrise apertamente.










