lunedì 7 settembre 2015

Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 29

«William…» biascicò il comandante Smith varcando la soglia della tenda. Il suo vice stava sdraiato per terra e due paramedici gli si affaccendavano attorno. Rivolse al comandante un mezzo sorriso amaro e strinse i denti per sopportare il dolore. Gli stavano ricucendo una profonda lacerazione sulla gamba, e Smith pensò che dovesse fare un male d’inferno.
«Sono tutti morti, signore. Tutti tranne il soldato Davis. È riuscito a tornare e fare rapporto?» pigolò Gray, visibilmente sofferente.
«Sì, Tom è tornato. Mi ha già raccontato tutto. Come sei riuscito a fuggire dalla fattoria dei Gallagher?» volle sapere Smith, terribilmente preoccupato.
Quando Tom Davis gli aveva riferito quello che era successo, aveva creduto che il suo vice fosse morto. Gli dispiaceva di aver perduto William Gray, perché era un uomo leale, uno che sapeva il fatto suo. Senza di lui l’assedio alla città di Eglon sarebbe stato insostenibile. Invece, adesso, eccolo qui. Un po’ ammaccato, ma ancora vivo. A poche ore dal fallimento della missione, William Gray era riuscito a ritornare tutto intero al campo.
«Quando ho visto che la situazione si metteva male, e che tutti i miei uomini erano morti, mi sono fiondato in mezzo ai campi e ho cominciato a correre come non ho mai corso prima in vita mia. Non sapevo in che direzione stavo andando, mi sono limitato a continuare a correre.
«Dietro di me sentivo le raffiche degli spari farsi sempre più fievoli. Eppure, allo stesso tempo, ero certo che mi stessero inseguendo. Sapevo che non mi avrebbero lasciato andare così, senza perlomeno tentare di acciuffarmi.
«E poi, sapevo che il soldato Davis si trovava ancora all’interno della camionetta. Attirando la loro attenzione su di me, potevo permettergli di fuggire. Così, prima di sparire in mezzo ai campi, ho scaricato alle mie spalle la pistola d’ordinanza. Credo di averne beccato uno, prima di gettare a terra la pistola e pensare solo a correre. Ma non ne sono del tutto sicuro. Magari, è stata solo un’impressione.
«Ho continuato a correre per almeno due ore, anche se i muscoli delle gambe strillavano pietà, anche se l’aria faticava a entrarmi nei polmoni. Il rumore degli spari si è esaurito dopo mezz’ora, ma io ho continuato a correre. Perché sapevo che mi stavano inseguendo. Sapevo che mi avrebbero dato la caccia, questo era inevitabile.
«Ho raggiunto una fattoria al calar del sole. Non so a chi appartenesse, ma mi ci sono infilato dentro e ho trovato il soggiorno imbrattato di sangue. Erano passati di lì. E ci stavano ritornando per prendermi. Io non avevo più la mia pistola, e tutte le armi di riserva si trovavano nella camionetta. Ma avrei venduto cara la pelle. Sissignore, non mi sarei fatto prendere tanto facilmente.
«Mi sono nascosto dietro la porta d’ingresso e ho aspettato, con il coltello stretto nella mano. Loro sono arrivati dieci minuti dopo, a bordo di un furgone. Sono scesi in quattro e si sono sparpagliati per scovarmi e catturarmi. Il primo è entrato dalla porta principale: gli ho lasciato il tempo di superare la soglia e poi gli ho infilato il coltello nel collo. Aveva addosso una maschera.
«Avrei potuto aspettarli e farli fuori uno a uno, ma era troppo rischioso. Ho preso la pistola del ribelle morto e sono partito di corsa, cercando di orientarmi alla bell’e meglio con le stelle. Ma uno di quei bastardi mi ha visto ed è partito all’inseguimento. Ha sparato e mi ha preso la spalla. Il tempo di voltarmi e mi era addosso, ha sfoderato un coltello e me l’ha piantato nella gamba. L’ho buttato a terra e gli ho sottratto il coltello. Sono stato più veloce e preciso di lui, e gliel’ho conficcato nel petto. Poi l’ho lasciato lì e mi sono costretto a zoppicare fino al campo.»
«Adesso il vicecomandante deve riposare, signore…» lo avvisò uno dei dottori, iniettando del sonnifero nel braccio di Gray, il quale chiuse gli occhi e sprofondò in un sonno inquieto.
«Per quanto tempo dovrà stare a letto?» s’informò il comandante Smith, abbattuto.
«Non saprei dire, signore. Sembra sia stato lacerato soltanto un muscolo, ma dobbiamo ancora capire l’entità del danno. Forse non si potrà muovere per un po’.»
Il comandante Smith annuì gravemente e uscì dalla tenda del suo vice, sospirando.

lunedì 31 agosto 2015

Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 28

Stan Payton uscì all’aperto per prendere una boccata d’aria e squadrò rapidamente i contorni scuri del quartiere, passando in rassegna i profili degli edifici bui e proseguendo nelle tenebre, fino al punto in cui Main Street scompariva in un oceano nero sul quale sarebbe stato impossibile navigare.
Era tutto calmo, lì fuori. Come se il mondo fosse finito e lui fosse precipitato in una bizzarra realtà post-apocalittica. L’aria era rarefatta, immobile, gli unici rumori percepibili erano i fruscii di movimenti poco sospetti che provenivano da lontano. Non dovevano essere automobili, valutò Stan, perché di benzina non ce n’era più. E probabilmente non erano neppure fontane, perché l’acquedotto non portava più acqua a Eglon, e nemmeno il ronzio dei lampioni, perché l’erogazione di elettricità era stata bruscamente interrotta. Per tutti questi motivi, quei fruscii non parevano essere provocati da esseri umani; il che rendeva l’ambiente ancora più morto e desolato agli occhi di Stan.
Respirò profondamente e sondò ancora una volta lo scenario circostante. Ci dovevano essere sicuramente delle persone, lì da qualche parte. I rivoluzionari, per esempio, che ogni notte pattugliavano scrupolosamente le strade. Oppure qualche cittadino uscito a fumare o a portare a spasso il cane. Era impossibile che lui fosse l’unico fuori casa, in una città di quarantamila abitanti!
Sospirò e lasciò perdere. La pistola gli premeva ancora contro il fianco, implacabile, come un tizzone rovente infilato nella tasca dei pantaloni. Non poteva gridare. Non poteva buttare fuori tutta la tensione che si era accumulata dentro di lui in quelle ultime ore, perché altrimenti sarebbe successo il finimondo. Nessuno doveva sapere che quella pistola era ancora nascosta nei suoi pantaloni. Perché se i ribelli lo avessero saputo… anzi no, meglio ancora, se Sarah lo avesse saputo, allora lui avrebbe dovuto incominciare a temere seriamente per la propria incolumità.
Erano andati tutti a dormire, ma malgrado la stanchezza Stan non era ancora riuscito a prendere sonno. Forse perché il rapporto tra lui e il suo vecchio divano non si era ancora ricucito a sufficienza. Più probabilmente perché aveva un sacco di cose per la testa a cui pensare, prima fra tutte la riunione di quella mattina nel covo segreto di Joey Goode. Gli elementi più importanti della controrivoluzione si trovavano là dentro con lui, in quell’occasione, e aveva avuto modo di conoscerli, di studiarli e di scegliere da quale parte stare. Ma la situazione non era delle più felici, e Stan se ne rendeva conto. C’era mancato poco che non scoppiasse una guerra civile in scala ridotta, all’interno di quel salone: era una fortuna che nessuno fosse passato alle mani, e che la soluzione finale fosse stata individuata in maniera pacifica.
Adesso, la chiave di tutta l’operazione era riuscire a localizzare uno dei jammer di cui aveva parlato quella mattina. Sperava di non sbagliarsi. Sperava che Robert sapesse il fatto suo, e che i loro nuovi amici poliziotti non passassero dei guai per colpa di una supposizione infondata. Ma, d’altro canto, a questo punto occorreva rischiare. Non c’erano garanzie di vittoria, ma la posta in gioco era davvero alta e bisognava agire al meglio. Le sorti di Eglon e dei suoi abitanti dipendevano da un pugno di uomini e da un’idea. Sperava con tutto il cuore che l’intuizione si rivelasse esatta.
Un fruscio più forte degli altri, alla sua destra, crebbe improvvisamente d’intensità. Stan girò la testa in quella direzione e intravide nell’oscurità la sagoma nera di una vettura che procedeva con i fari spenti. L’automobile lo superò piano e tutto d’un tratto si bloccò in mezzo alla strada. La portiera del passeggero si aprì e il vicesceriffo Steve Corall buttò fuori un’occhiata per accertarsi che la zona fosse pulita. Jeff Turner si affrettò a compiere una manovra di parcheggio sbrigativa e scese assieme al poliziotto, incamminandosi verso Stan che li guardava avanzare con il cuore in gola.

lunedì 24 agosto 2015

Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 27

«Hanno caricato i furgoni con le casse, ma non li hanno fatti partire subito. Sono ancora là, spenti, in attesa di un qualche segnale. Forse vogliono aspettare che sia notte fonda per smistare tutte quelle batterie. Non sono riuscita a scoprire quali siano le loro destinazioni, ma dalla segretezza delle operazioni posso affermare con certezza che si tratta di un affare piuttosto importante» concluse Emily, terminando la sua narrazione con un seducente sorriso d’importanza.
«Ben fatto. Davvero brava, Emily» si complimentò Joey con sincerità, accendendole la sigaretta che si era appena portata alle labbra. «Mi avevano già detto del cibo, del carburante e dei medicinali, ma di quelle batterie non sapevo davvero nulla. È un’informazione piuttosto preziosa.»
«Lieta di avertela fornita» rispose tranquillamente Emily, osservandolo e sentendosi stranamente a proprio agio. Ormai aveva capito che Joey Goode non era un uomo che si sarebbe potuto definire perbene, ma non le importava. Che fosse un criminale, uno spacciatore oppure un contrabbandiere, Joey Goode per lei era innanzitutto un uomo elegante e gentile, e tutto il resto, messo a confronto con questa verità, perdeva immancabilmente di significato.
«Steve, ho bisogno di una mano!» tuonò Joey, e il vicesceriffo Corall comparve sulla soglia del salottino come un cane fedele attirato da un osso o, meglio ancora, da un biscotto.
«Ci sono. Dimmi tutto.»
«Raggiungi Jeff Turner e andate con la sua auto nei pressi della stazione ferroviaria. Ho bisogno che seguiate uno dei furgoncini blindati che usciranno di lì durante la notte e che mi diciate con esattezza dove si va a fermare e in quali punti della città distribuisce il carico.»
«Un carico di armi?»
«No. Qualcosa di molto più utile, suppongo. Qualcosa che tengono molto in considerazione, dunque è meglio scoprire dove va a finire. Mi raccomando: non fatevi beccare.»
«Senz’altro» confermò il vicesceriffo, e abbandonò in fretta il salottino per sparire in direzione dei garage.
«A cosa pensi che servano quelle batterie?» volle sapere Emily, soffiando fuori fumo attraverso le labbra bagnate di rossetto. Il suo viso illuminato dalle candele era davvero bello, considerò Joey guardandola. Tutto sommato, la totale assenza di energia elettrica non era poi così male. Il viso di Emily Cooper appariva molto più sensuale quando veniva rischiarato soltanto dalle fiammelle tremolanti delle candele, e di questo doveva essere grato all’Esercito e alla compagnia elettrica che si erano messi d’accordo per far precipitare nel buio l’intera Eglon.
«Non ne ho la minima idea. Di’ un po’, bella… Hai un ragazzo, fuori di qui?» le chiese direttamente, senza tanti giri di parole.
Emily arrossì e distolse lo sguardo per un secondo, schiacciando il mozzicone di sigaretta sul posacenere e rialzando gli occhi dopo un attimo di esitazione. «Ce l’avevo. Ma adesso mi sa che sono di nuovo libera.»
«Interessante» mormorò Joey, sorridendole. «Allora immagino che non gli dispiacerà…»
«Di che cosa?»
«Di questo.» E senza aggiungere altro le si avvicinò e la baciò, posando le proprie labbra sulle sue e cercando senza indugio la sua lingua per provarne il sapore. Inutile dire che la trovò assolutamente squisita.

lunedì 17 agosto 2015

Le Anime di Eglon - Prima Stagione - Episodio 26

«Dove vai, vecchio?» gli chiese Terry McCallister vedendolo avvicinarsi alla porta. Terry se ne stava seduto in cucina, vicino alla finestra che dava sul giardino, a fumare in silenzio. Sonny non aveva idea di dove si fosse procurato quelle sigarette, ma di sicuro ne doveva avere parecchie, perché se ne faceva fuori almeno sei al giorno. Non sapeva molto sul conto del padrone di casa, realizzò in quel momento, mentre stava per oltrepassare la soglia e uscire. Ma, d’altro canto, poco importava. Se non fosse stato per Terry, il buon vecchio Sonny sarebbe morto già da un pezzo.
«Vado a trovare un amico» rispose Sonny, come se si trattasse di una faccenda banale. Come se andare a trovare un amico, in una città ridotta nelle condizioni in cui versava Eglon, fosse un’azione ancora normale.
«Cerca di tornare prima che scatti il coprifuoco.»
«Quale coprifuoco?» sghignazzò Sonny, e uscì di casa chiudendosi la porta alle spalle.
Chissà come se la cava quel buono a nulla di Terence, pensò Sonny mentre attraversava il cortile della casa di Terry e si allontanava imboccando il marciapiede. Terence Duke era forse il figlio di buona donna più coriaceo e testardo che Sonny avesse mai conosciuto. Aveva fatto il poliziotto per oltre trent’anni, in servizio permanente a Eglon, e conosceva la città probabilmente meglio di chiunque altro, sindaco, sceriffo o contrabbandiere che fosse. Se c’era qualcuno che sapeva come uscire da quello schifo di situazione, quell’uomo era sicuramente Terence Duke. Ed era proprio a lui che Sonny intendeva rivolgersi, adesso, per chiedere consiglio su come muoversi.
Aveva trascorso fin troppi giorni nell’inattività, chiuso nella casa di Terry a respirare il fumo micidiale esalato dalle sue sigarette. Era ora di darsi un po’ da fare, di svegliarsi fuori. Si sentiva stanco, sconfitto e sfiduciato, e queste sensazioni tutte insieme non gli piacevano per niente. Aveva bisogno di riscattarsi, e l’unica cosa da fare era mettersi al lavoro per porre fine a quel disastro.
Che cosa potrà mai fare un vecchio contro tutta quella gente incazzata? Poco o niente, si rispose automaticamente. Ma quando avesse recuperato anche Terence allora sarebbero stati in due vecchi, e forse avrebbero potuto fare qualcosina di più.
Con questi propositi in testa, Sonny Dangerwood evitò accuratamente di passare per l’angolo della strada sorvegliato da un ribelle con un mitra imbracciato e deviò verso un’altra direzione, raggiungendo qualche minuto più tardi la facciata dell’abitazione di Terence Duke.
La porta era aperta, e il dettaglio fece saltare subito il cuore in gola a Sonny. Non era normale che la porta di Terence fosse aperta, perché l’ex poliziotto era sempre stato un maniaco della sicurezza e non avrebbe mai
(e sottolineo mai)
lasciato aperta la porta di casa, nemmeno se si fosse piazzato appena al di là dell’uscio con un fucile in mano.
Si avvicinò con circospezione all’entrata, guardandosi attorno per controllare che nessuno lo spiasse. Lanciò un’occhiata alla cucina dalla finestra, ma non intravide nulla di anomalo. Si diresse verso la soglia d’ingresso, preparandosi a scappare.
«Terence, sei in casa?» domandò, a voce abbastanza alta. Attese una risposta che non arrivò. Quando fu stufo di aspettare, spinse leggermente la porta per entrare e si bloccò sul gradino d’accesso, sconvolto dall’immagine del vecchio amico riverso sulla moquette lorda di sangue con il petto bucherellato.

domenica 12 luglio 2015

Japanimando, numero 49


Buongiorno, mio Carissimo Lettore!
Oggi ti scrivo per farti sapere che nel nuovo numero di "JAPANIMANDO", webzine gratuita che si occupa di fantastico (fantasy, fantascienza e horror in tutte le loro sfaccettature), le pagine 14-15-16 sono interamente dedicate a me, a Scrivere Sotto la Luna e ai suoi progetti, nonché alla serie Lacrime di Cenere e al nuovo racconto La danza dei morti.
Puoi scaricare l'intero numero della webzine (numero 49) a questo link, gratuitamente: JAPANIMANDO 2015-2016.

martedì 7 luglio 2015

La danza dei morti (Delos Digital, collana "Chew-9", a cura di Franco Forte)

Ci siamo, mio Carissimo Lettore: da oggi è disponibile in tutti i principali store il mio racconto lungo di fantascienza "La danza dei morti", edito da Delos Digital nella collana "Chew-9", a cura di Franco Forte. Di seguito un breve abstract, la sinossi e i link alle pagine d'acquisto negli store più importanti.

Alla Elektrica denaro, sesso e droga danzano a braccetto nel silenzio di una notte eterna. Ma la danza dei ricchi e potenti sta per trasformarsi in una danza di morti...

La Elektrica, la più grande discoteca intergalattica mai costruita, troneggia sulla piccola luna di Celos, nel cuore di un'imponente fortezza di pietra e acciaio eretta ai bordi di una sconfinata città di baracche. Dentro, lo sfarzo e la ricchezza dettano il ritmo delle danze. Fuori, povertà e malattie seminano morte per ogni dove. Alecs Di Iodio, un "self-made-man" venuto dalla strada, mette piede per la prima volta in questa violenta contraddizione. Vittima di un'inguaribile bruttezza, è in cerca soltanto di un'occasione per sentirsi accettato. E per un attimo riesce a trovarla, quando una bellissima donna lo prende per mano e lo conduce con sé in un mondo fatato, finché il Chew-9 non si intromette, sovvertendo gli equilibri...


mercoledì 17 giugno 2015

Il primo racconto con Delos Digital

Buondì, mio Carissimo Lettore!
Gli ultimi giorni hanno portato con sé una novità molto interessante, e voglio renderti partecipe: un mio racconto di fantascienza è stato accettato per la pubblicazione dalla casa editrice Delos Digital, costola digitale di Delos Books, diretta da Franco Forte (editor e autore Mondadori).
Oggi ho dunque sottoscritto il contratto editoriale con Delos Digital per la pubblicazione del racconto in questione, intitolato La danza dei morti, all'interno della collana fantascientifica Chew-9, ideata dallo stesso Franco Forte.
La danza dei morti uscirà in edizione ebook in tutti i principali store online già martedì 7 luglio. Sarà il numero 35 della collana, ma si tratta comunque di un racconto autoconclusivo.
Ti terrò al corrente sugli sviluppi, nel frattempo ti invito a dare un'occhiata alla serie Chew-9 per farti un'idea più precisa: ne vale davvero la pena.
Ecco il link alla pagina della collana nel Delos Store:

venerdì 22 maggio 2015

Lacrime di Cenere - Volume 2: A Un Passo dalla Vita

Il giorno è arrivato, mio Carissimo Lettore: il Volume 2 di Lacrime di Cenere, A Un Passo dalla Vita, è da oggi disponibile su Amazon in formato eBook, a soli 0,99 euro!
Ecco il link alla pagina d'acquisto ufficiale, basta premere il titolo qui sotto per iniziare il viaggio...
Ma mi raccomando, tieniti forte: la storia di Pietro non è facile da affrontare, e molti pericoli attendono nell'ombra, pronti a saltar fuori con le bocche già spalancate.

giovedì 21 maggio 2015

Lacrime di Cenere - Volume 2: A Un Passo dalla Vita - Incipit

Quella volta era stata davvero brutta.
Più brutta delle altre, e Pietro lo sapeva. C’era poco da girarci intorno: era inutile che le sue figlie lo rassicurassero, perché lui vedeva gli occhi dei dottori. Vedeva i loro occhi, e non c’era altro da dire. Nessuna parola aggiunta a quegli sguardi avrebbe potuto dare loro più significato.
Gotta. Il dolore si diffondeva di continuo in tutto il corpo, specialmente lungo le gambe e nei piedi, e spesso era così intenso da farlo urlare nel sonno. Gli analgesici lo tenevano a bada, ma Pietro sentiva che era in agguato. Se ne stava lì, acquattato dietro un cespuglio, in attesa di spiccare il balzo finale e azzannarlo alla gola.
L’attacco che aveva subito nelle ultime ore era stato tremendo. Sommandosi ai problemi di cuore aveva generato un cocktail micidiale, che a detta dei medici aveva compromesso anche alcuni sistemi vitali.
Ormai era chiaro: dopo anni e anni di dura lotta era giunto il momento di mollare e lasciarsi trascinare via. Tanto, combattere gli avrebbe regalato solamente qualche dolorosissimo minuto in più. E prima finiva, meglio sarebbe stato per tutti.
Certo, doveva ammettere che quello che sarebbe avvenuto in seguito lo angosciava. Non aveva mai creduto completamente in Dio, come invece avevano sempre fatto i suoi fratelli. La fiducia nei riguardi del futuro preferiva riporla nelle proprie mani, piuttosto che in quelle di un’entità sconosciuta e senza volto. Però, che ci fosse inferno, paradiso o purgatorio al di là della recinzione faceva una bella differenza.
Ma c’era davvero qualcosa? O si trattava solo di una vana consolazione per far sentire meglio chi era obbligato a rimanere indietro?
Ad ogni modo, ora come ora aveva poca importanza. Se fosse successo qualcosa, dopo il suo ultimo sospiro, avrebbe accettato ciò che doveva essere. Altrimenti, l’idea di un sonno della durata dell’eternità era quantomeno allettante al termine di un’esistenza di lavoro e tribolazioni.
Ciò che più lo spaventava, comunque, era il dolore. Perché ne aveva provato tanto, tanto da fargli quasi perdere la testa, e a denti stretti aveva sopportato. Aveva urlato in silenzio.
Adesso era sotto l’effetto degli antidolorifici, appunto. Morfina e altra roba del genere, con ogni probabilità. Ma avrebbe avuto male negli ultimi momenti? Avrebbe provato un picco più acuto, più dannatamente insopportabile, o il cuore si sarebbe semplicemente fermato e poi basta?
Erano domande che lo tenevano sveglio più del dolore stesso. Non lo facevano dormire la notte. Assediavano la sua mente, come un nutrito esercito, e quanto più tentava di eliminarle tanto più esse si moltiplicavano, rimpinguando le file con truppe sempre fresche.
Non sapere niente di tutto questo era forse la parte peggiore. La mancanza di una piena consapevolezza del proprio destino era quasi intollerabile. Sarebbe morto, certo, ma questo che cosa implicava con esattezza?
Si nasceva soli e si moriva soli, sicuro. Ma quello che nessuno osava confessare era che probabilmente la solitudine sarebbe stata ancora più profonda, dopo il trapasso. Definitiva, oltretutto.
Ma ecco un’altra drammatica verità sulla morte: non lasciava alcuna libertà di scelta. Né sul dove, né sul come, né tantomeno sul quando.
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